Venezuela, nuove manifestazioni

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Bruno Desidera

“Ma sono ogni volta di più”, hanno esclamato in tanti. 23 gennaio, 2 febbraio e, ancora, 12 febbraio… sono le date delle manifestazioni che hanno visto i venezuelani scendere nelle strade delle città per chiedere pacificamente un cambiamento politico, sociale ed economico. A ogni convocazione ha risposto un numero maggiore di cittadini. Così, anche ieri (12 febbraio) una folla impossibile da contare ha invaso le strade di Caracas, ma anche quelle delle altre principali città, in tutto il Paese. Rispetto al 23 gennaio, è cambiato l’umore dei partecipanti, convinti ormai che il sospirato obiettivo sia alla portata. E pure il “contorno”: la Polizia, come già sabato 2 febbraio, si è limitata ad assistere, senza reprimere, come invece era accaduto nella prima manifestazione.

Il 23 febbraio giornata chiave per l’ingresso degli aiuti. Gli occhi, anche stavolta, erano puntati su Juan Guaidó, il giovane presidente ad interim, riconosciuto ormai da mezzo mondo. E il nuovo leader non ha deluso le attese, dando un’importante notizia.

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Sabato 23 febbraio, a un mese esatto dall’inizio della “rivoluzione pacifica”, gli aiuti internazionali dovranno essere fatti entrare nel Paese e, ha spiegato Guaidó, ci sono già 250mila volontari pronti a recarsi alla frontiera per assicurare il passaggio di alimenti e medicinali, finora impediti dall’esercito di Maduro. I volontari si sono già costituti in un’associazione, con un proprio profilo sui social: VoluntariosxVenezuela.

La giornata di sabato 23 febbraio sarà, dunque, un momento chiave, atteso da milioni di persone e, al tempo stesso, molto delicato, dato che si tratterebbe di forzare il blocco imposto dalle forze armate. Ma in dieci giorni molte cose possono cambiare, la pressione internazionale è destinata ad aumentare e pare ormai impossibile che il popolo venezuelano possa tornare indietro.

“Giornata stupenda”. La marcia di ieri è stata convocata in occasione della Giornata della gioventù, che ricorda il sacrificio dei giovani, compresi molti seminaristi, nella battaglia per l’indipendenza del Venezuela.

Anche in questa occasione la Chiesa venezuelana è stata vicina al suo popolo e in particolare ai giovani, fin dal mattino, con un tweet del cardinale Baltazar Porras, arcivescovo di Mérida e amministratore apostolico di Caracas.

Un accompagnamento concreto e in molti casi visibile, anche nelle città “periferiche”, più lontane dalla capitale. È il caso, per esempio, di mons. Ulises Gutiérrez, arcivescovo di Ciudad Bolívar, capitale dello Stato meridionale del Bolívar: mezzo milione di abitanti, che vivono sulle rive del grande fiume Orinoco, custodendo, nel nome, la memoria del “Libertador”, che vi soggiornò tra il 1819 e il 1819.

Mons. Ulises Gutiérrez, arcivescovo di Ciudad Bolívar, tra i giovani alla manifestazione del 12 febbraio

Anche mons. Gutiérrez è sceso in strada, con la sua gente, per la terza volta in tre settimane. Ed è lui a inviarci di persona la foto che lo ritrae con i pacifici manifestanti. “Oggi – racconta al Sir – ho voluto accompagnare il movimento studentesco, visto che era la loro giornata, ma ho partecipato anche il 23 gennaio e il 2 febbraio”. Non usa mezzi termini per descrivere la giornata: “Stupenda!”.

E prosegue: “Sono stato con gente, buona, gioiosa; la manifestazione si è svolta in un clima festoso, senza violenza. La Guardia nazionale ha vigilato ma si è tenuta lontana. Sono molto contento”. Nelle ultime settimane l’ottimismo è aumentato: “Il clima è sempre stato bello e pacifico, anche nelle altre occasioni. Però, certo, all’inizio c’era un po’ di timore – prosegue il vescovo -. La speranza è tanta, non esiste più la possibilità di una marcia indietro. Usciremo da questa situazione, e lo faremo bene, in modo pacifico, ne sono convinto. Avvertiamo la presenza e l’appoggio della comunità internazionale, è grande e di notevole effetto. Tanti Paesi stanno riconoscendo questo movimento pacifico. Sicuramente anche il popolo italiano è con noi”.

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