Sorelle Clarisse: “La Parola non può essere arrestata perché, come scrive San Paolo, «la carità non avrà mai fine»”

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

La vedova di Sarepta di Sidone e Naaman il Siro: una donna povera, stremata dalla fame e un capo dell’esercito del re di Siria, lebbroso. Due stranieri che credono alla Parola donata loro da Dio attraverso i profeti Elia ed Eliseo, credono e vengono sanati dalla loro situazione di povertà e malattia.
Una cittadina, Nazareth, con i suoi abitanti, pii israeliti in attesa del Messia: il “profeta” Gesù annuncia nella sinagoga la Parola di Dio ma la reazione, in chi lo ascolta, è solo di sdegno.
Non può essere profeta un uomo che è figlio di un falegname, per giunta un vicino di casa! Non può essere profeta, o addirittura il Messia, uno che non compie prodigi e che parla di salvezza donata a dei pagani, a degli stranieri. “Fai anche qui, a casa tua, i miracoli compiuti a Cafarnao e noi ti crederemo. Perché il Dio che vogliamo è un Dio che ci stupisca, che ci conceda la grazia di cui abbiamo bisogno”. L’abitudine sembra spegnere il mistero e la sorpresa, e l’altro, invece di essere una finestra di cielo, una benedizione, è “solo” il figlio di Giuseppe, uno come tanti!
Ma la Parola che Gesù pronuncia, e pronuncia anche a noi oggi, non ha come fine di compiacere chi la ascolta, ma è una Parola la cui forza di verità fa emergere ciò che abita nel nostro cuore e, in questo modo, ci costringe a fare i conti con ciò che siamo, ciò che ci abita, ciò che ci muove.
Non è una Parola di scambio, Dio non è un distributore automatico di prodigi, miracoli o grazie e la nostra fede non funzione come il baratto. Una fede così genererebbe solo istinti di morte. Infatti: «Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte…per gettarlo giù». La Parola, a Nazareth, non è ascoltata, è rifiutata, allontanata.

E’ la stessa esperienza vissuta da Geremia, additato tra il suo popolo come profeta di sventura, oggetto di contestazione, di isolamento, di sofferenza. Ma Dio non invia allo sbaraglio: «Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». E’ un Dio che ci dà vita, che fa esperienza con noi, che ci rende sempre più a sua immagine, che ci costituisce e che non può fermarsi nel fare tutto ciò. Nel Vangelo leggiamo: «Ma egli [Gesù], passando in mezzo a loro, si mise in cammino». La Parola non può essere arrestata perché, come scrive San Paolo, «la carità non avrà mai fine», non avrà mai fine, cioè, la dimensione di un Dio che ci ama infinitamente e gratuitamente. E’ la certezza di un Dio che ci accompagna sempre: «Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie».

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