Marineria Sambenedettese, Pietro Ricci: «Lasciare le persone in mare è bruttissimo. La vita umana è sacra!»

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Pietro Ricci
Pietro Ricci

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Uomo di mare, figlio di uomo di mare. Pietro Ricci è a pieno titolo un pescatore-sambenedettese: figura che, fino a qualche anno fa, era predominante in città, ma oggigiorno sempre più rara. Marinaio, impegnato nella società civile (è membro del comitato di quartiere S. Filippo Neri) gli abbiamo chiesto un commento sull’attualità riguardo alla spinosa questione dei migranti e del loro salvataggio nel Mediterraneo.

Da uomo di mare, come vive le situazioni che si stanno ripetendo nel Mediterraneo?
«Da uomo di mare dico che lasciare le persone in acqua è bruttissimo. La vita umana è sacra e va rispettata in ogni contesto, ancora di più in ambienti dove, se abbandonati a se stessi, non c’è possibilità di sopravvivenza, salvo veri e propri miracoli come quello recente del mio collega di Martinsicuro, disperso in mare per quasi due giorni».

Il soccorso dei migranti in mare, attualmente, sembra particolarmente complicato…
«I fattori in campo sono molti, sia sul piano etico che su quello delle regole. E’ sacrosanto soccorrere i naufraghi, ma il codice della navigazione dice che questi debbono essere riportati nel più vicino porto. Molto spesso, tale porto non è in Italia, ma in Libia o in Tunisia. Per quanto riguarda la Libia, certo, è necessario interrogarsi se sia possibile riportare gente in uno Stato che, attualmente, è di fatto senza governo e dove esistono veri e propri lager per i migranti. Come dicevo, il quadro è piuttosto complicato. Io dico che il mondo è di tutti e tutti meritano l’opportunità di vivere la propria vita lontano da guerre, fame e oppressione. Ma occorre che i flussi migratori siano finalmente regolati sul piano Europeo. Per troppo tempo l’Italia è stata lasciata sola a gestire certe situazioni e l’irrigidimento dell’attuale governo è anche figlio del menefreghismo europeo».

Secondo lei, è giusta la politica dei “porti chiusi” portata avanti dall’attuale Governo?
«La reputo in linea con gli altri Paesi mediterranei. Ad esempio la Spagna che, oltre ai porti chiusi, ha anche eretto dei muri blindati, parlo di Ceuta e Melilla. Personalmente questa politica non mi piace, però devo riconoscere che è servita per porre con forza il tema, davanti ad un’Unione Europea finora poco attenta».

L’Europa, nel suo complesso, dunque potrebbe fare di più per accogliere chi arriva nel proprio territorio dopo aver attraversato il Mediterraneo?
«Certo, il numero dei migranti è irrisorio se paragonato a tutta la popolazione europea. Penso che l’unica soluzione sia realizzare finalmente una suddivisione per quote, con ogni paese Europeo impegnato a ospitare una parte di queste persone, che fuggono da situazioni drammatiche. Una suddivisione che può essere fatta senza necessariamente passare per l’Italia».

A livello locale, lei è sambenedettese: reputa la sua città una città accogliente?
«Accogliere chi è diverso da noi fa parte della nostra storia. Penso alla marineria di una volta, nel periodo della pesca oceanica: mio padre mi raccontava che c’erano equipaggi “misti”, con persone dalla pelle di vari colori. Si lavorava insieme, fianco a fianco. Noi sambenedettesi abbiamo girato il mondo, portando sorriso, tranquillità e lavoro, venendo a contatto con usi e costumi diversi dai nostri e imparando a conviverci in maniera produttiva. Questo retaggio del passato ce lo portiamo dietro ancora oggi».

Le è mai capitato di soccorrere una persona in mare?
«Sì, purtroppo mi è anche capitato di recuperare il corpo di una persona senza vita. Parlo del capitano Nicola Pignati, che conoscevo bene. Nicola, caduto in acqua a seguito di un malore, amava il suo lavoro di marinaio e vedendolo cadavere tra le onde, mi sembrava che il mare ricambiasse quel suo amore. Sembrava che le onde gli carezzassero il viso».

Invece, nell’esperienza di soccorso in mare, che sensazioni ha provato?
Si trattò di un intervento di supporto ad un collega che stava imbarcando acqua. Adrenalina a mille. Soccorrere in mare non è come soccorrere sulla terra ferma. Il mare non ti concede troppo tempo e occorre agire in fretta, in primis per mettere in sicurezza le persone e, poi, per cercare di salvaguardare il nostro capitale, ossia le barche».

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