Gmg, i giovani Venezuelanu: “Abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli”

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Chiara Biagioni

La crisi politica in Venezuela irrompe sulla Giornata mondiale della gioventù di Panama. I “peregrinos” venezuelani stanno seguendo la situazione attraverso le reti social e le telefonate con familiari e amici. Sanno che migliaia di persone sono scese in piazza a Caracas e nelle principali città del Paese e sanno che la giornata di proteste ha provocato circa 20 morti. Ci troviamo nella Parroquia Reina de la Paz, vicino al Colle Lourdes, nel nord della città di Panama dove i ragazzi venezuelani stanno seguendo la catechesi. Il loro cuore – dicono tutti – è spaccato in due: da una parte, la gioia di essere qui con Papa Francesco e, dall’altra, la preoccupazione per quanto stanno vivendo in Venezuela.

“Abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli”. Padre Eder Graterol, 28 anni (Puerto Cabello): “In questo momento dal Venezuela arrivano molte notizie. Era da molto tempo che non si teneva una manifestazione di questa dimensione. È il risultato di tutto il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto”. I ragazzi si attendono molto dal Papa. “Speriamo che possa dire una parola per il Venezuela”, dice padre Eder: “Per quello che il nostro popolo sta vivendo. Una parola di pace, di giustizia. Una parola che faccia sentire la solidarietà del Papa e dei giovani al Venezuela per quello che stiamo attraversando. Abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Abbiamo bisogno del suo incoraggiamento, che ci dica: ‘Andate avanti! Coraggio!’”.

I giovani venezuelani stanno pregando in questi giorni di Gmg per il loro Paese.Il cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida ed amministratore apostolico di Caracas, ha celebrato una messa, con tutti i giovani del Venezuela presenti qui alla Gmg nella parrocchia Nostra Senora de Lourdes. David Flores, ha 25 anni (Punto Fijo), spera che “si riavvii il processo di libertà. Fino ad oggi il Venezuela ha vissuto un periodo di letargo. Proviamo due sentimenti: da una parte, dolore, perché tanti nostri fratelli e sorelle sono stati tragicamente colpiti da questa protesta. Ma anche speranza: quello che è successo ci dimostra che il Venezuela si sta svegliando nuovamente”. David ci racconta che molti giovani sono andati via dal Venezuela.

“Il mio sogno invece è ricostruire il mio Paese. Perché una volta che questo processo di libertà si completa, il Paese avrà bisogno di molte mani per ricostruirsi e, se avrò l’opportunità di incontrare Papa Francesco, gli dirò che prego per lui e gli chiederò che lui preghi per il Venezuela, per la pace, la riconciliazione e il dialogo tra tutti gli attori”.

Pedro Sanchez è un giovanissimo religioso (salesiano) di 25 anni. “Abbiamo ricevuto notizia – racconta – che ci sono circa 20 morti in tutto il Venezuela, 54 persone detenute, feriti. È il popolo che sta lottando per la libertà e stiamo quindi pregando qui per loro”. La sua famiglia gli sta raccontando che il popolo in tutto il Paese è sceso per strada, “con forza e coraggio”. Ha due fratelli in Perù e anche loro stanno seguendo la situazione da fuori, con la speranza che si tratti veramente di una svolta e, quindi, abbiano presto la possibilità di tornare in Venezuela. “Un presidente nuovo, una nuova speranza”, dice.

 

La solidarietà della Chiesa. La Chiesa in Venezuela con Caritas Internationalis sta facendo un lavoro enorme in molte forme: medicine, alimenti… Pedro racconta che il problema più grande è l’accesso all’alimentazione. La maggioranza della popolazione è molto provata. Ci sono famiglie intere che cercano cibo nella spazzatura per le strade. Papà, mamme, figli… Negli ospedali mancano le medicine, i bisturi e, anche se si hanno i soldi, è molto difficile accedere alle cure mediche. Una settimana fa, ci sono stati 6 morti per mancanza di luce all’ospedale universitario di Caracas. La povertà ha fatto diventare il Venezuela uno dei Paesi più violenti dell’America. Il mio sogno? “È vedere un Venezuela libero”, risponde Pedro:

“Vedere un Venezuela che comincia a ricostruirsi. C’è una canzone che dice: questa gioventù deve ricostruire un Paese. Noi lo vogliamo fare”.

Concorda Saritsa Roque, 30 anni, di Caracas. Anche lei vuole vivere nel suo Paese, far “crescere la Nazione, nella libertà e nel rispetto della dignità umana”. E aggiunge: “Spero che i giovani che sono andati via possano tornare. Questa situazione sta anche generando in tutti noi grande speranza di cambiamento. Stiamo ricevendo molta solidarietà dai panamensi e dai venezuelani che hanno lasciato il Paese. È qualcosa che ci dà tanto conforto, perché ci dice che non siamo soli, ma ci sono tanti che ci sono vicini”.

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