Terra Santa. Da Jenin il grido dei giovani rifugiati: “Nessuno può toglierci i nostri sogni”

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Daniele Rocchi

Il campo dei rifugiati palestinesi di Jenin, in questi giorni, è vestito a festa. Bandierine palestinesi sventolano ovunque nelle strade per accogliere il ritorno di Wissam, un giovane del campo detenuto da cinque anni nelle carceri israeliane. Sui muri delle abitazioni resistono piccoli e grandi poster con le foto dei tanti uomini uccisi negli scontri con l’esercito di Israele.

Sono la memoria e il racconto dell’occupazione israeliana che va avanti da decenni e che si nutre di soldati e carri armati nelle strade, di case demolite, di arresti e di “martiri” come li chiamano qui nel campo. A Jenin, inoltre, si dice che siano nate le Brigate dei martiri di Al-Aqsa, milizia palestinese vicino ad Al-Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, molto attivo nella seconda Intifada con attacchi suicidi che provocarono decine di morti israeliani. In questa parte della Cisgiordania, i colori della bandiera palestinese tornano costantemente con tutta la loro attualità: il rosso del sangue versato per la liberazione della Palestina, il nero del dolore per l’occupazione israeliana, il bianco della pace prima dell’occupazione e il verde della terra palestinese, come quello che colora le pianure coltivate e le colline che circondano Jenin.

Oggi nel campo di Jenin, in poco meno di mezzo chilometro quadrato (0,420 kmq), vivono circa 13mila persone, assistite dall’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite nata nel 1949 per fornire assistenza e protezione a circa 5,4 milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza. Le loro condizioni di vita sono segnate da una delle più alte percentuali di disoccupazione e di povertà di tutta la Cisgiordania. Prima dell’Intifada del 2000 erano molti quelli che si recavano in Israele per lavorare, ma con la costruzione del muro ogni spostamento è diventato difficile. Il risultato è una crescente frustrazione, soprattutto tra i più giovani e i più istruiti.

Le abitazioni del campo di Jenin sono prive di spazi di vita adeguati, attaccate una all’altra per rubare spazio alle già strette e sconnesse stradine interne. Tra cumuli di rifiuti sparsi un po’ ovunque e auto che provano a circolare in queste viuzze, ci sono tanti bambini che giocano dando calci ad un pallone sgonfio. I 106 rifugi, “shelters”, ristrutturati dall’Unrwa dal 2013, con fondi sauditi, sono una goccia nel mare dei bisogni del campo. A Jenin l’Unrwa, oltre a un ospedale, gestisce anche 4 scuole, due maschili e due femminili, frequentate complessivamente da 2.000 studenti. Tutti segnati da violenza e da critiche condizioni di vita e per questo motivo destinatari di progetti di sostegno psicologico ed educativo.

La regola del campo. In una di queste scuole avviene l’incontro con alcune studentesse, Soraya, Salha, Basmalah, Maha, Inas, Roaya, Ikram, Dima e Ghazal. Aspettano tutte all’ingresso della scuola, con indosso abiti tradizionali, e tanta voglia di raccontare i loro sogni di adolescenti, i desideri e progetti di vita, a volte misti a incubi. Come quello di Ghazal, 12 anni, la prima a rompere il ghiaccio e a raccontare quando “fuori la mia scuola un soldato israeliano mi ha colpito sul collo con il calcio del fucile intimandomi di tornare a casa. Non so perché l’abbia fatto. Impaurita sono corsa dentro la scuola per cercare riparo”. Al posto sbagliato nel momento sbagliato verrebbe da dire ma nel campo di Jenin questa appare una regola di vita.

Ghazal

Si prova allora a sdrammatizzare: perché indossate questi abiti?

“Perché sono parte della nostra cultura, sono il segno delle nostre radici e della nostra identità. Rappresentano il legame con la nostra storia che è ricca di forza, di legami, di pazienza”.

Quella pazienza che fa rima con “resistenza”. Non si tratta più di imbracciare armi ma di studiare per ampliare i propri orizzonti, far valere i propri diritti e tentare di avere un futuro migliore. È anche per questo che le studentesse partecipano al progetto dell’Unrwa, “Il Parlamento degli studenti”, che si propone di approfondire la cultura dei diritti umani tra gli alunni così da renderli attori positivi nella realizzazione del processo democratico.

I sogni di Soraya, Salha, Basmalah, Maha, Inas, Roaya, Ikram, Dima e Ghazalsono gli stessi dei ragazzi della loro età in tutto il mondo: “Tra di noi – dicono in coro – c’è chi vuole diventare medico, avvocato, maestra. Vorremo scegliere il nostro futuro e fare qualcosa per la nostra gente”.

“Nessuno può toglierci i nostri sogni”.

Gwyn Lewis, da poco responsabile dell’Unrwa per la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza, annuisce e sorride ma al Sir non nega le ombre che si addensano sulle attività di assistenza dell’agenzia dopo il taglio di 300 milioni di dollari dei fondi destinati all’Unrwa, deciso dal presidente americano, Donald Trump.

“Questo taglio mette seriamente a rischio i nostri progetti e servizi ai rifugiati – spiega la responsabile – La speranza è che ci sia una mobilitazione generale degli altri partner per raccogliere il necessario per portare avanti le attività. In questo ambito ci sono paesi che nel 2018 hanno donato maggiori fondi, tra questi quelli dell’Unione europea e del Golfo”.

Sono passati esattamente 70 anni, 1949-2019, dalla nascita dell’Unrwa. Da allora il conflitto israelo-palestinese resta senza una soluzione. “È paradossale che non si riesca a porre fine a questo conflitto – sottolinea Lewis -. Ci sono palestinesi che non hanno altra scelta che vivere come rifugiati, senza poter tornare alle proprie case e terre, senza la possibilità di integrarsi nella comunità dove si ritrovano a vivere. Senza la pace le tensioni sono destinate a permanere piuttosto che a scemare. E i sogni a svanire”. Anche quelli di Soraya, Salha, Basmalah, Maha, Inas, Roaya, Ikram, Dima e Ghazal.

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