Famiglia, il sentiero dei Santi

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Giovanni M. Capetta

Il Signore “ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre” (GE 1). Da sempre, fin dalle prime pagine della Bibbia, con la chiamata di Abramo, Dio propone una via di santità, ovvero di felicità per tutti. Nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù e i santi e i beati del calendario sono uomini e donne che risplendono come fari che spesso hanno anche dato la vita in martirio, cioè come testimonianza suprema che l’amore di Dio agisce nella storia. Siamo guidati da queste figure che il Signore non ha mai fatto mancare nel cammino dei suoi figli, eppure il Papa ci invita a guardare più in profondità nelle maglie della nostra vita quotidiana e riconoscere anche le tracce della santità “della porta accanto”. E il primo riferimento del Papa non poteva che essere alla mamma, o alla nonna (cfr. GE 3). Le persone che, magari, insegnandoci a parlare ci hanno fatto conoscere per prime Gesù, col suo nome nel segno della croce o ci hanno insegnato le prime e più semplici preghiere. I nostri cari sono i primi depositari di quella santità riversata a piene mani dallo Spirito Santo fra i componenti del popolo che è il destinatario della salvezza. “Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana” (GE 6). Questo significa che per camminare da cristiani non si deve credere di prendere esempio solo da coloro che sono ricordati nelle celebrazioni liturgiche o nei libri di agiografia, ma anche da tante persone che ci hanno preceduto o ci affiancano nella vita di tutti i giorni. Il Papa scrive che gli piace vedere “la santità nel popolo di Dio paziente” e questa pazienza la esemplifica nell’amore con cui i genitori crescono i figli, nella costanza “degli uomini e donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (GE 7). Queste esemplificazioni ci aiutano ad attivare le antenne per riconoscere segni di bene anche dove non crederemmo di trovarli, oppure, viceversa, li diamo per scontati. La perseveranza nel sopportare la fatica di orari di lavoro assai impegnativi, la forza di accudire i figli nel tempo che rimane a disposizione dopo una giornata fuori casa, la sopportazione di dolore e disagio da parte di un ammalato nella corsia si un ospedale, la disarmante serenità di una persona anziana ancora capace di provare e donare gioia. Spesso si tratta di persone anonime, di cui potremmo non ricordare il nome e il Papa, facendo sue le parole di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) ci rasserena dicendo che “quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale lo sapremo solo” nell’ultimo giorno (GE 8), ma questo non ci esime dall’atteggiamento di accoglienza e gratitudine che fin d’ora possiamo assumere.
Un allenamento a togliersi quel velo di indifferenza e diffidenza di cui spesso ci avvolgiamo a presunta protezione del male e individuare col cuore quei tanti anonimi testimoni dell’amore di Dio che, come i colori sui massi o sugli alberi lungo la strada, segnano il sentiero della nostra esistenza.

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