Vescovo Bresciani: “Siamo tentati di pensarci tutti come dei piccoli dei; educhiamo i nostri figli ad essere dei piccoli dei”

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DIOCESI – “Dio viene nel mondo nell’umiltà del Natale non per restare nascosto: egli vuole rivelarsi a tutta l’umanità, ma a modo suo”.

Con queste parole il vescovo della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, Mons. Carlo Bresciani ha aperto la sua omelia in occasione della celebrazione dell’Epifania del Signore che si è tenuta ieri, domenica 6 gennaio, presso la Chiesa Cattedrale Madonna della Marina.

Il presule ha poi affermato: “Desidera essere conosciuto e amato, perché questo fa bene all’essere umano, non perché abbia bisogno di noi o di qualcosa che noi possiamo dare a lui, ma perché conoscere e amare lui è la via verso la vita eterna per noi. E questo è il sommo nostro bene: quel bene che egli vuole donarci.
Egli viene in un mondo che, chiuso nella sua superbia e illuso di onnipotenza per il suo convulso e mirabile sviluppo tecnico-scientifico, pensa di poter fare a meno di Dio e di potere tutto. È un mondo che, come recita il salmo, “nella prosperità non comprende” (Sal 48,13).
La festa odierna dell’Epifania, che ci porta a ricordare i tre saggi orientali (i tre re Magi) che vanno da Gesù per adorarlo, da una parte ci presenta quel desiderio più profondo che c’è nel cuore di ognuno di noi: che di fatto è desiderio di Dio; dall’altra, indica il bisogno di qualcuno più grande del sapere umano e a cui la sapienza umana è debitrice.
I tre re Magi, andando alla ricerca di quel re, Gesù, che è nato in Betlemme di Giudea, dicono a se stessi e a noi che la sapienza umana, per quanto mirabile, non basta, ha in sé un limite invalicabile. Un limite che non è solo temporale e che con il progresso successivo potrebbe quindi essere superato; si tratta di un limite più profondo e che ha a che fare con il cuore dell’essere umano che vuole la salvezza, un cuore che non vuole solo la salute del corpo, un cuore a cui non basta conoscere come sono fatti i cieli o il mare con i pesci che esso contiene. Il cuore umano vuole di più e lo desidera con tutto se stesso: vuole la salvezza, che significa una vita felice senza fine, essere amato senza misura, avere buone relazioni con tutti; in una parola, possedere il segreto della vita buona da vivere ora e per sempre.
Ma per avere questo, il cuore umano deve mettersi letteralmente in ginocchio come hanno fatto i Magi: ‘in ginocchio’ è una posizione non di dominio o di superbia, ma di umiltà. È la posizione in cui si riconosce che c’è qualcuno che è più grande di noi e a cui si deve gratitudine.
Oggi facciamo fatica a metterci in ginocchio anche davanti a Dio: facciamo fatica a farlo fisicamente (e non per questioni di artrosi alle ginocchia); la verità è che facciamo fatica a farlo spiritualmente. Non sappiamo mettere in ginocchio la nostra superbia. Siamo tentati di pensarci tutti come dei piccoli dei; educhiamo i nostri figli ad essere dei piccoli dei. Tanto più facciamo così, tanto più lo scontro con la scoperta che non siamo dei, ma solo dei mortali, diventa drammatico, come lo è stato per Adamo ed Eva. Volevano essere come Dio e si sono messi in ginocchio davanti al serpente. Hanno consumato voracemente il frutto, quasi bastasse mangiarlo per diventare come Dio, e si sono invece scoperti talmente vulnerabili da dover nascondersi con le classiche foglie di fico, assolutamente insoddisfatti della loro condizione, accusandosi inoltre l’un l’altro.

Il dio consumismo di fronte al quale oggi ci inginocchiamo non ci rende dei, ma fragili in un mondo sempre più fragile.

Erode non sa mettere in ginocchio la propria sete di potere, uccide letteralmente tutti coloro che in qualche maniera sembrano poter minacciare la sua illusoria onnipotenza. Chi si pensa dio non può tollerare che qualcuno possa essere o avere più di lui.
I Magi oggi ci raccontano un’altra storia rispetto a quella di Adamo ed Eva o a quella di Erode e di tanti altri nella storia antica e contemporanea. Essi sanno mettersi in ginocchio davanti a quel Re Divino che non si manifesta con potenza esteriore, non ne porta alcun segno e non minaccia nessuno. Essi sanno cogliere in quella umiltà del Dio fattosi bambino una grandezza che nessuna potenza esteriore, nessuna ricchezza e nessun progresso tecnico-scientifico potranno mai dare: si tratta della grandezza di un cuore che sa veramente amare, donando tutto se stesso anche se viene rifiutato e mandato a nascere in una stalla per animali. Scoprono la grandezza dell’amore di Dio e di fronte ad essa si mettono in ginocchio adoranti, offrendogli il meglio dei frutti della terra.
Di fronte a questa manifestazione dell’amore di Dio i Magi si inginocchiano in adorazione: hanno trovato quello che non hanno trovato scrutando i cieli; l’hanno trovato sulla terra: un amore infinito che si fa carne nel bambino di Betlemme.
La manifestazione di Dio è in quell’amore che si dona. La via verso la felicità umana, e verso la vita che non avrà mai fine, è questa. È una via che chiede che ci mettiamo in ginocchio, superando ogni pretesa di superiorità, che mettiamo in ginocchio il nostro egoismo, il nostro orgoglio e la nostra superbia, che mettiamo in ginocchio il nostro cuore e la nostra mente difronte a quella verità senza della quale la vita diventa impossibile. Si tratta della verità dell’amore di Dio, quella che noi riconosciamo presente in ogni santa messa, quando ci inginocchiamo adorando il mistero della fede che si rende presente nell’eucaristia.
Nel Natale Dio si rende presente nell’umiltà di un bambino; nella messa si rende presente nell’umiltà di un po’ di pane e di un po’ di vino. Sappiamo ancora adorarlo mettendo in ginocchio davanti a lui il nostro orgoglioso cuore?
Impariamo dai Magi, i sapienti dell’antichità; sapienti di una sapienza che non ha età: quella che porta a Dio. Mettiamoci di nuovo in ginocchio davanti a Dio, mettiamo in ginocchio il nostro egoismo e impariamo da lui ad amare ogni uomo, anche il più povero e il più bisognoso, come lo era Gesù nella grotta di Betlemme. Ne usciremo più umani: più capaci non solo di comunione con Dio, ma anche tra di noi. Se manca questa comunione vera che sa accogliere il bisognoso, nessun progresso economico o tecnico-scientifico potrà salvarci”.

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