Che mondo sarà nel 2019?

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Riccardo Benotti

Che mondo ci aspetta nel 2019? Quali crisi affliggeranno il pianeta, quante guerre economiche si combatteranno, dove verranno schierati gli eserciti? E chi tirerà i fili della politica? A tentare di rispondere è un dossier dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), che in dieci domande ha immaginato il “Mondo che verrà” attraverso voci autorevoli dall’Italia e dall’estero.

È la fine dell’Europa? Nell’Unione di oggi tre sono gli obiettivi fondamentali che secondo Romano Prodi, già presidente della Commissione europea, possono dare un futuro al Vecchio Continente: “Il primo è il completamento della politica monetaria con regole comuni per una progressiva armonizzazione delle politiche di bilancio”; quindi la costituzione dell’esercito europeo, “la cui necessità è resa più evidente dalla richiesta americana affinché l’Europa provveda sostanziosamente alla propria difesa”; infine, “una politica industriale e dell’ambiente volta all’innovazione e alla creazione di imprese europee capaci di essere protagoniste anche nei settori ora dominati da americani e cinesi”.

La crisi economica è alle spalle? Per Francesco Daveri, Università Bocconi e Ispi senior advisor, “l’economia mondiale evidenzia un andamento piuttosto solido che rende improbabile il rischio di una recessione mondiale nel 2019”. Tuttavia bisogna prestare attenzione ad alcuni campanelli d’allarme. A preoccupare gli investitori, infatti, c’è

una recessione che “potrebbe essere inflitta proprio dalle banche centrali”

perché gli interventi straordinari di sostegno alle banche “hanno perso la principale ragione di essere e sono dunque in via di smantellamento”. Inoltre, c’è il “rischio del protezionismo” dovuto alla presidenza di Donald Trump che “sta consolidando un nuovo scenario mondiale in cui l’interazione tra le grandi potenze non è più dettata dalle regole dell’ordine economico liberale sancite negli ultimi decenni”.

Sarà tregua tra Usa e Cina? “Lo scontro commerciale è semplicemente un segnale di problemi più profondi. Per poterli affrontare saranno necessari profondi riallineamenti e trasformazioni sia da parte cinese, sia da parte statunitense, e probabilmente da parte di entrambe. Non sarà facile, soprattutto considerate le loro enormi differenze filosofiche e culturali. C’è solo da sperare che ci si riesca, per via dell’importanza delle relazioni Washington e Pechino”. È l’auspicio di Kerry Brown, del King’s College London e Chatham House: “Il 2019 vedrà probabilmente un’intensificazione dello scontro commerciale, a meno che la Cina non decida di scendere a compromessi e aprire i suoi settori più protetti, dalle telecomunicazioni alla finanza e alla tecnologia”.

Al via il riarmo nucleare? “Si assiste oggi all’introduzione di sistemi missilistici e di ordigni nucleari sempre più sofisticati che consentono di colpire con crescente precisione e rapidità gli obiettivi sia militari che civili. Ciò può ridurre i cosiddetti ‘danni collaterali’ del loro impiego ma fa aumentare al tempo stesso la probabilità di tale impiego”. Lo spiega Carlo Trezza, ambasciatore, che ricorda come nonostante si sia passati da 60mila a circa 15mila ordigni atomici nel mondo,

“la tecnologia della difesa anti missilistica, sinora appannaggio esclusivo degli americani, si sta diffondendo ad altri paesi dando origine ad una nuova dispendiosa rincorsa senza fine.

Tutto ciò allontana, anziché avvicinare, l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari preconizzato dal Presidente Obama dieci anni fa e recepito allora pienamente dalla comunità internazionale”.

La rivolta delle masse? “I governi in carica saranno soggetti a una maggiore volatilità politica, a proteste e violenze, poiché i partiti e i parlamenti non riescono a cogliere i segnali della società, ad aggregarli, a mediare con il governo e arrivare a risultati politici adeguati. Potrebbero emergere due opzioni:

l’adozione di politiche di controllo e regole autoritarie o l’individuazione di nuovi strumenti istituzionali in grado di incanalare le frustrazioni e la rabbia di una parte della società”.

Dopo un’analisi del fenomeno “movimento dei gilet gialli” in Francia, Yves Mény, Luiss School of Government e Scuola Superiore Sant’Anna, si sofferma sulla democrazia rappresentativa che “si fonda su una convenzione che non funziona quando manca l’ingrediente di base che la rende possibile: la fiducia. Occorre stabilire un nuovo contratto politico e una certa dose di democrazia diretta dovrebbe farne parte, come è avvenuto all’indomani del primo movimento populista negli Stati Uniti alla fine del Diciannovesimo secolo”.

Russia e Ucraina alla stretta finale? Secondo Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”, la soluzione della crisi esiste: “Una Ucraina neutrale nello spirito dei suggerimenti del vecchio Bush. Ma è considerevolmente cresciuto il numero di coloro che da una crisi credono di trarre qualche vantaggio; e ci siamo pericolosamente avvicinati al punto in cui ciascuno dei due contendenti crede che spetti all’altro fare un passo indietro”. Per questo, “paradossalmente queste crisi potrebbero essere più gravi di quelle che scoppiavano durante la Guerra fredda. Vi era allora in ciascuno dei due campi la convinzione che l’avversario avrebbe fatto uso del suo arsenale nucleare. Non possiamo essere sicuri che i giocatori d’oggi siano altrettanto prudenti”.

È tempo di ricostruire la Siria? “Il focus sulla ricostruzione del prossimo anno potrebbe non godere di un ampio sostegno internazionale o trasformare in modo significativo la situazione sul terreno.

I bisogni impellenti del popolo siriano non saranno comunque soddisfatti, ma si potrebbe ulteriormente consolidare l’attuale situazione in favore del regime.

La discussione non riguarderebbe più la transizione ma la gestione della sopravvivenza del regime stesso”. Così Julien Barnes-Dacey, direttore del Mena Programme ed Ecfr: “È improbabile che si faranno molti passi avanti sul fronte della ricostruzione, anche se in parte è già in corso. Nei fatti, le necessità sono impellenti, ma il governo ha poche risorse disponibili e né i suoi alleati esterni, né i suoi oppositori riusciranno a racimolare i circa 300 miliardi di dollari necessari per rimettere in sesto il paese. Il dibattito resterà prevalentemente simbolico e si incentrerà su due visioni contrapposte del destino del paese”.

Cosa accadrà dopo le sanzioni all’Iran? Non è da prevedere una crisi della Repubblica Islamica dovuta alla politica di “maximum pressure” messa in atto dall’Amministrazione Trump. Lo afferma Luca Giansanti, ambasciatore. L’Iran, spiega, “è certamente sotto pressione, ma non sul punto di crollare. Mentre cercherà di gestire al meglio le sanzioni americane (vuoi aggirandole, vuoi grazie alle grandi economie asiatiche cui vende gran parte del petrolio), il suo sistema politico-istituzionale dovrebbe mostrare continuità più che svolte drammatiche”.

In Libia è l’anno di Haftar? “Se dalle prossime elezioni uscisse una maggioranza, seppur relativa, vicina ad Haftar il gioco sarebbe fatto”. Ne sono convinti Federica Saini Fasanotti, Brookings Institution, e Arturo Varvelli, co-head Ispi Mena Centre. “Il generale potrebbe vantare un chiaro ruolo di leadership sorretto da una rinnovata legittimità internazionale. Ma in ogni caso, c’è da chiedersi se Haftar, soprattutto se le elezioni non si terranno, sarà disposto a deporre l’ascia di guerra contro l’ovest a favore di un sogno democratico sempre più flebile. Le necessità di stabilizzazione del paese e l’allineamento politico di alcuni attori internazionali sembrano in ogni caso spingere distintamente verso la sua direzione”.

L’Italia è sola in Europa? “I due problemi all’apice dell’agenda italiana a Bruxelles sono quelli della crescita (e di una più equa redistribuzione dei suoi dividendi) e dell’efficace gestione, non solo emergenziale e securitaria, dei flussi migratori”. È la riflessione di Giampiero Massolo, presidente Ispi: “La scommessa (e l’auspicio) è che

l’attuale divaricazione tra forma e sostanza, tra Istituzioni e cittadini, tra tradizione politica e aspettative tenda a ridursi e che possa avviarsi pacificamente nei Paesi europei un nuovo percorso condiviso.

Brexit, la presidenza Trump, gli esiti elettorali italiani, la gente nelle piazze francesi, che hanno colto molti di sorpresa, testimoniano che un problema trasversale esiste e postulano l’urgenza di ricomporlo”.

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