Sorelle Clarisse: “Dio prende concretamente carne umana”

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

Betlemme è una piccola città, «così piccola» da passare inosservata «fra i villaggi di Giuda».
Il suo nome, in ebraico, significa “casa del pane”, quel pane che rappresenta, per l’uomo, l’alimento più semplice, più povero, più genuino, più naturale!
A Betlemme, continua ancora il profeta Michea, nascerà colui che «sarà grande fino agli estremi confini della terra». Una città piccola che dà vita a qualcuno di infinitamente grande…

Ci spostiamo, ora, tra i monti di Giuda… «In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta…» a casa di Zaccaria ed Elisabetta, sua cugina.

La Parola che ha appena ricevuto attraverso l’annuncio dell’Angelo, crea in lei quella sana inquietudine, quel fermento che le permettono di “muoversi” per andare a toccare con mano lo straordinario che Dio stesso le aveva detto: «Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

E cosa succede in quella casa? Maria entra; Giovanni sussulta nel grembo di Elisabetta; la donna, colmata di Spirito Santo, canta parole di benedizione; Maria, da lì a poco, proclamerà l’inno del Magnificat, della lode al Dio della vita.

Una serie di movimenti che avvengono a casa di Zaccaria, l’uomo che aveva dubitato di fronte al Dio che gli annunciava una possibilità di vita, l’uomo che ha stentato a credere; la stessa casa dove, al contempo, si loda Dio, ci si benedice l’un l’altro, si “sussulta” di gioia per l’incontro con il Signore della vita.

Betlemme così come la casa di Zaccaria così come la casa di ciascuno di noi, è quello spazio “profano” che si fa luogo dove accade la salvezza, vita quotidiana in cui il Vangelo prende carne, si fa storia nella storia e nella piccolezza degli uomini.

Leggiamo nella lettera agli Ebrei: «Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”».
Dio prende concretamente carne umana, e questo dice a noi che la nostra carne, la nostra storia, oggi, sono corpo che ogni giorno può generare e partorire, custodire e far crescere una Parola di speranza e di consolazione; ci dice che la nostra casa, il luogo dove la vita di ciascuno celebra la sua festa e le sue sofferenze, diventa il luogo della liturgia più vera, dove è possibile trovare Dio nei gesti, dove si parla al cuore, dove la vita nasce e cresce in età, sapienza e grazia, dove nel respiro di noi viventi, respira il Signore della vita.

 

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