Siria: il canto di Natale dei cristiani di Knayeh chiusi nella gabbia jihadista

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Daniele Rocchi

La facciata della chiesa di san Giuseppe a Knayeh è spoglia, come da otto anni a questa parte, da quando le milizie del fronte Hayat Tahrir al-Sham – gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del meglio conosciuto Jabhat Al Nusra, controlla i villaggi dell’Oronte. Prima di loro qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra, impegnati nel conflitto siriano a combattere contro il regime del presidente Assad. Il campanile è privo di croce e nessun segno esteriore aiuta a capire che siamo sotto Natale. Né un albero decorato, né luminarie. “Niente”. Padre Hanna Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante da Idlib (al confine tra Siria e Turchia) ultima roccaforte dei ribelli anti-Assad. Francescano siriano della Custodia di Terra Santa, padre Hanna, 66 anni, è rimasto con il suo confratello Louai Bsharat a prendersi cura della sparuta comunità cristiana locale. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono fuggiti dopo che molte chiese e luoghi di culto sono stati distrutti o bruciati.

Knayeh, il presepe

“Come agnelli tra i lupi”. “Siamo rimasti due frati in due conventi (Knayeh e Yacoubieh) e facciamo il possibile per assistere i cristiani”, dichiara al Sir padre Hanna. Il Natale è ormai alle porte e c’è “solo il presepe dentro la chiesa, posto sotto l’altare, completamente illuminato a testimoniarlo. È l’unica cosa che ci è stato concesso di fare”.

“Il presepe per noi significa che non siamo soli e che Cristo viene per la nostra salvezza”.

Padre Hanna ci tiene a rileggere un passaggio della lettera che lui e padre Bsharat hanno scritto a Papa Francesco qualche settimana fa: “I cristiani di questa terra vivono come gli agnelli tra i lupi. I fondamentalisti hanno devastato i nostri cimiteri, ci hanno proibito di celebrare qualsiasi liturgia fuori dalla chiesa togliendoci i segni esterni della nostra fede ovvero croci, campane, statue e l’abito religioso. Nonostante tutto sentiamo la mano di Dio sopra di noi”. “Nulla più del martirio può segnare il modo proprio del cristiano di partecipare alla storia di salvezza dell’umanità”, è stata la risposta del Pontefice.

“Le parole del Papa ci donano la forza di vivere dentro questa realtà di fango – dice il parroco -. Cerchiamo di restare sereni, forti della consapevolezza di essere alle radici del Cristianesimo – ci troviamo a soli 40 km da Antiochia luogo dove per la prima volta i cristiani sono stati chiamati così – siamo gli eredi di quella comunità. Sentiamo il Signore vicino”.

Pochi ma uniti. Vivere la propria fede nella roccaforte jihadista di Idlib “non è facile, specialmente se è Natale”, continua il parroco, che nel 2014 è stato rapito da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra con 16 suoi parrocchiani e rilasciato dopo diversi giorni. “Possiamo celebrare solo dentro la chiesa, dove abbiamo allestito il presepe. Fuori ci è stato vietato anche di ornare gli alberi, appendere luci, disporre dei fiori. In questi giorni ci stiamo preparando al Natale con la Novena sempre molto partecipata. I ragazzi e i bambini hanno già ricevuto i doni di Natale, dolci, giochi e abiti. È stato un modo per distrarli dal clima ostile che ci circonda”. La paura di essere attaccati è alta ma il coraggio non manca e nemmeno la prudenza. Per questo, sottolinea padre Jallouf, “le liturgie del 24, 25 e 26 dicembre saranno celebrate in orari diurni. Sul piazzale i nostri giovani garantiranno la sicurezza e controlleranno gli ingressi. Una volta che le messe avranno inizio il cancello verrà chiuso fino alla fine”. Da quattro anni nei villaggi dell’Oronte, come Knayeh, i cristiani locali celebrano “Natale e Pasqua tutti insieme, cattolici, greco-ortodossi e armeni. La situazione è critica e la sofferenza ci ha unito ancora di più”.

“Quando la Chiesa è maltrattata e perseguitata reagisce con l’unità”

dice con una punta di orgoglio il francescano. Natale è anche tempo di incontri e di scambi di auguri “ma solo tra di noi perché qui la mentalità corrente impedisce ai musulmani anche di fare gli auguri ai cristiani. Siamo governati dalla Sharia estremista dei jihadisti che non è quella dell’Islam”.

Ombre sul futuro. Il futuro non sembra promettere nulla di buono. “Negli ultimi mesi – rivela il francescano – i miliziani si sono armati ancora di più e sono risoluti a combattere il regime per difendere le loro posizioni qui sul terreno. Non sappiamo come andrà a finire”. Non è facile nemmeno uscire da queste vallate. “Per raggiungere Aleppo oggi ci vogliono circa due giorni di macchina quando prima bastava guidare per un’ora e mezza. Ora occorre salire fino alla frontiera della Turchia, arrivare nelle zone controllate dai curdi, passare vicino all’Eufrate e poi scendere fino ad Aleppo per un totale di oltre 500 km, costellati di pericoli, blocchi e check point. Una cosa orribile”.

L’unica strada. Resta una strada sola da percorrere: “Quella indicata dal Natale”, afferma padre Hanna. “La nascita di Gesù ci dona coraggio e illumina il nostro cammino pieno di dolore e di pericoli. Egli ci conduce alla salvezza.

Viviamo dentro una grande gabbia, da cui non si può uscire. Ma come piccoli uccellini continuiamo a cantare e a suonare la bellezza di Dio.

La speranza è che il Natale allarghi le sbarre di questa gabbia e ci doni pace, libertà e diritti per tutti. Preghiamo per questa intenzione nella certezza che il Signore ascolta il grido dei sofferenti”.

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