Chiese dismesse, la Santa Sede raccomanda nuovi usi con finalità culturali, sociali, caritative

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Giovanna Pasqualin Traversa

Costi di gestione e manutenzione dei beni mobili e immobili, secolarizzazione avanzata e fuga dei fedeli, urbanizzazione e calo demografico nei piccoli paesi, diminuzione del clero: questo il mix che rende necessario

un ripensamento della gestione del patrimonio culturale ecclesiastico, in particolare dei luoghi di culto

la cui dismissione (e successiva nuova destinazione) costituisce un fenomeno in aumento e che pone non poche sfide. Oggi più visibile in alcuni Paesi occidentali, è prevedibile che si affaccerà in tempi brevi anche in aree nelle quali è ancora sconosciuto. Ad offrire criteri e orientamenti per la gestione di questo delicato processo trasformativo è il documento “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida” pubblicato oggi in italiano e in inglese sul sitodel Pontificio Consiglio della cultura, Dicastero della Santa Sede competente per la questione. Il testo è stato approvato dallo stesso Dicastero guidato dal card. Gianfranco Ravasi, e dai delegati delle Conferenze episcopali di Europa, Canada, Stati uniti d’America e Australia, a conclusione del convegno internazionale “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici” promosso a fine novembre alla Pontificia Università Gregoriana dal Pontificio Consiglio della cultura in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana e l’Ateneo dei gesuiti.

Le linee guida – un’introduzione, cinque capitoli e 11 raccomandazioni finali – inquadrano il fenomeno e propongono alle comunità ecclesiali (Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, istituti religiosi) strumenti per affrontarlo, nella consapevolezza dell’eterogeneità delle situazioni concrete. Presupposti essenziali: la necessità di

preservare le chiese dismesse da un riutilizzo improprio

(quello che tecnicamente si definisce “sordido”) e di prevenire situazioni che possano offendere il sentimento religioso della comunità cristiana. Fondamentale

coinvolgere nella programmazione le comunità cristiane locali e cercare un’intesa con le comunità civili

e tutti i soggetti pubblici e privati interessati affinché i progetti di trasformazione, si legge nel documento, “siano sostenibili dal punto di vista tecnico, economico, sociale e culturale” e si inseriscano come tasselli all’interno di “una storia di identità comunitaria storicizzata e plurale”.
“La cura del patrimonio culturale religioso è responsabilità principalmente di tutta la comunità e in particolare di quella ecclesiale”; pur tenendo presente la varietà delle situazioni giuridiche nelle diverse nazioni, la sua conservazione “è idealmente avviata dalla comunità religiosa” e realizzata in collaborazione con i professionisti della conservazione, tutti gli interessati e le autorità dello Stato preposte, la prima raccomandazione. Ma a questo fine è indispensabile prevedere per i futuri preti e per i vescovi di recente nomina una formazione specifica sui beni culturali, sul loro valore artistico e per l’evangelizzazione, che oltretutto li metterebbe in grado di interloquire con tecnici e funzionari statali.
Presupposto ineludibile

l’inventario dei beni mobili e immobili

(e il catalogo per quelli di interesse culturale) che ogni ente ecclesiastico dovrebbe redigere, mentre è auspicabile la realizzazione di un manuale internazionale di catalogazione.

Ogni decisione sul patrimonio culturale, proseguono le raccomandazioni, “deve essere inserita in una visione territoriale complessiva” delle dinamiche sociali, delle strategie pastorali e delle emergenze conservative, e per dare al bene una finalità più ampia è essenziale che

la comunità ecclesiale si confronti con la comunità civile presente sul territorio.

Il processo di ricerca di uso futuro di una chiesa dismessa deve inoltre coinvolgere gli specialisti del patrimonio, gli architetti, gli operatori sociali e i fedeli.

Secondo le Linee guida, “la grave decisione di cambiare la finalità di edifici costruiti come luoghi per il culto cristiano”, nel rispetto della normativa canonica e civile, dovrebbe coinvolgere nella riflessione i diversi soggetti ecclesiali implicati (intero popolo di Dio, vescovo, parroco, consiglio pastorale, ordini religiosi, associazioni e movimenti , confraternite, operatori pastorali e parrocchiani) per trovare con realismo la giusta soluzione. Importante, in caso di alienazione di edifici sacri, prevedere negli atti delle clausole a tutela degli edifici stessi.

Il documento della Santa Sede invita inoltre ad assicurare all’edificio dismesso

un uso compatibile con l’intenzione originaria della sua costruzione.

Da escludersi riutilizzi commerciali a scopo speculativo. Preferibili adattamenti con finalità culturali – musei, aule per conferenze, librerie, biblioteche, archivi, laboratori artistici – o sociali e caritativi quali spazi di incontro, centri Caritas, ambulatori, mense per i poveri.

Per quanto riguarda il patrimonio mobile proveniente dalle chiese dismesse (arredi, suppellettili, immagini, paramenti) – fatto salvo quello vincolato dalla legge dello Stato – le Linee guida esortano a ricercare una sua

continuità d’uso e di vita presso chiese limitrofe che ne sono sprovviste, o presso Chiese povere

come segno di condivisione fraterna. I manufatti sottratti alla loro destinazione originale e di particolare pregio dovrebbero essere collocati – registrandone la provenienza – in un museo, preferibilmente ecclesiastico. Qualora esistano, occorre seguire le indicazioni delle Conferenze episcopali in materia.

Infine, la raccomandazione di rimuovere dalle chiese dismesse, per quanto possibile, altari, amboni, pulpiti, immagini sacre la cui presenza possa contrastare con il nuovo utilizzo dello spazio (diverso il caso della musealizzazione dello spazio stesso), pur nel rispetto delle vigenti leggi statali e sempre in accordo con le autorità civili preposte.

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