Papa Francesco, la sorgente della gioia

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Fabio Zavattaro

Gioia è la parola guida di questa terza domenica di Avvento. Nella prima lettura, il profeta Sofonia usa ben quattro verbi per invitare Israele a cantare la gioia della salvezza: giubila, rallegrati, gioisci, esulta. Gioia. Gli abitanti di Gerusalemme “sono chiamati a gioire perché il Signore ha revocato la sua condanna”, ricorda Papa Francesco all’Angelus; “per il popolo non c’è più motivo di tristezza, non c’è più motivo di sconforto, ma tutto porta a una gratitudine gioiosa verso Dio, che vuole sempre riscattare e salvare coloro che ama”.
Gioia, dunque. Con questa parola Papa Roncalli apre il Concilio Vaticano II: Gaudet Mater Ecclesia, gioisce la Santa Madre Chiesa. Gioia, che il Concilio coniuga, nel titolo della sua costituzione pastorale, con la parola speranza: Gaudium et spes. Gioia alla quale Paolo VI dedica una Esortazione apostolica: Gaudete in Domino. La vera gioia, per Papa Montini, scaturisce dal riconoscimento di una presenza spirituale all’interno della propria esperienza umana che consente un’armonia interiore. Gioia, infine, che per Papa Francesco significa uscire da quella che lui chiama la “psicologia della tomba” che trasforma i cristiani in mummie da museo. L’invito, nella Evangelii gaudium, è a lasciare quella tristezza senza speranza. E torna, la parola gioia, nella terza Esortazione di Papa Francesco, la Gaudete et exsultate, chiamata alla santità nella gioia della vita quotidiana.
Domenica dedicata alla letizia, alla gioia, domenica gaudete. Luca ci porta di nuovo ad ascoltare le parole di Giovanni Battista, uomo austero, senza compromessi, che ha scelto il deserto come sua dimora; luogo della prova, il deserto, ma anche del silenzio per meglio ascoltare la parola di Dio. Le parole di Giovanni sembrano contrastare con l’invito alla gioia di questa domenica, ma a ben vedere si tratta di un invito alla conversione, messaggio di speranza, ricerca di un volto al di là e sopra ogni giustizia, il volto della misericordia. Le parole pronunciate nel momento dell’annunciazione a Maria, sono “eco di quelle del profeta”, dice il Papa all’Angelus: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. L’annuncio rivolto a una giovane donna in uno sperduto villaggio della Galilea risuona anche oggi. Annuncio, per Francesco, “rivolto alla Chiesa, chiamata ad accogliere il Vangelo perché diventi carne, vita concreta”; e rivolto a tutti: “Rallegrati, piccola comunità cristiana, povera e umile ma bella ai miei occhi perché desideri ardentemente il mio Regno, hai fame e sete di giustizia, tessi con pazienza trame di pace, non insegui i potenti di turno ma rimani fedelmente accanto ai poveri. E così non hai paura di nulla ma il tuo cuore è nella gioia”.
C’è una gioia “di alto livello”, cioè quando viviamo alla presenza del Signore, afferma il Papa, ma c’è una “gioia umile, di tutti i giorni, cioè la pace”; è “gioia più piccola, ma gioia”. San Paolo ci esorta a non angustiarci, a non disperare, “ma in ogni circostanza far presenti a Dio le nostre richieste, le nostre necessità, le nostre preoccupazioni con preghiere e suppliche”. Il Signore ascolta: “Nessuna preoccupazione, nessuna paura riuscirà mai a toglierci la serenità che viene non da cose umane”; la serenità “viene da Dio, dal sapere che Dio guida amorevolmente la nostra vita, e lo fa sempre. Anche in mezzo ai problemi e alle sofferenze, questa certezza alimenta la speranza e il coraggio”.
“Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. È la domanda che Giovanni si sente rivolgere, e alla quale risponde non invitando gli uomini a fuggire nel deserto, a vestirsi di pelli e a nutrirsi di miele selvatico, ma mettendosi in discussione. “Questa domanda è il primo passo per la conversione che siamo invitati a compiere in questo tempo di Avvento”. Occorre sapersi abbassare, come ci abbassiamo per baciare un bambino, dice Francesco incontrando i piccoli ospiti del Dispensario Santa Marta, che gli fanno gli auguri di buon compleanno, 82 anni, con un giorno di anticipo. “Gli orgogliosi, i superbi non possono capire la vita, perché non sono capaci di abbassarsi”. I bambini ci dicono “abbassati, sii umile, e così imparerai a capire la vita e a capire la gente”.

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