Il Papa inaugura un nuovo ciclo di catechesi sulla preghiera del Padre Nostro

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M.Michela Nicolais

“È un pericolo dei leader attaccarsi troppo alla gente. Gesù se ne accorge, e non finisce ostaggio della gente”. Lo ha detto, a braccio, il Papa, che con l’udienza di ieri – a cui in Aula Paolo VI hanno partecipato 7mila persone – ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi sulla preghiera del Padre Nostro. “I Vangeli ci hanno consegnato dei ritratti molto vivi di Gesù come uomo di preghiera. Gesù pregava”, ha osservato Francesco: “Nonostante l’urgenza della sua missione e l’impellenza di tanta gente che lo reclama, Gesù sente il bisogno di appartarsi nella solitudine e di pregare”.

“Il Vangelo di Marco ci racconta questo dettaglio fin dalla prima pagina del ministero pubblico di Gesù”, il racconto del Papa: in certi momenti le folle che si raccolgono attorno al profeta di Nazareth sono “assemblee oceaniche, e Gesù è al centro di tutto”. “Eppure lui si svincola”, commenta: “Non finisce ostaggio delle attese di chi ormai lo ha eletto come leader. Fin dalla prima notte di Cafarnao, dimostra di essere un Messia originale”.

“Nell’ultima parte della notte, quando ormai l’alba si annuncia, i discepoli lo cercano ancora, ma non riescono a trovarlo. Dov’è?”, dice ancora Francesco sulla scorta del Vangelo di Marco: “Finché Pietro finalmente lo rintraccia in un luogo isolato, completamente assorto in preghiera. Gli dice: ‘Tutti ti cercano!’. L’esclamazione sembra essere la clausola apposta a un successo plebiscitario, la prova della buona riuscita di una missione. Ma Gesù dice ai suoi che deve andare altrove; che non è la gente a cercare lui, ma è anzitutto Lui a cercare gli altri. Per cui non deve mettere radici, ma rimanere continuamente pellegrino sulle strade di Galilea. E anche pellegrino verso il Padre, cioè pregando. In cammino di preghiera. Gesù prega”.

“Le ultime parole di Gesù, prima di spirare sulla croce, sono parole dei salmi, cioè della preghiera dei giudei. Pregava con le preghiere che la mamma gli aveva insegnato”. Usa toni familiari il Papa, nell’ultima parte della catechesi. “Gesù pregava come prega ogni uomo del mondo”, afferma: “Eppure, nel suo modo di pregare, vi era anche racchiuso un mistero, qualcosa che sicuramente non è sfuggito agli occhi dei suoi discepoli, se nei vangeli troviamo quella supplica così semplice e immediata: ‘Signore, insegnaci a pregare’”.

“Tutto accade in una notte di preghiera”, sintetizza Francesco, che cita la notte del Getsemani: “L’ultimo tratto del cammino di Gesù – in assoluto il più difficile tra quelli che fino ad allora ha compiuto – sembra trovare il suo senso nel continuo ascolto che Gesù rende al Padre”. Francesco definisce la preghiera del figlio di Dio una vera e propria “agonia”, nel senso dell’agonismo degli atleti, eppure una preghiera capace di sostenere il cammino della croce: “Gesù pregava con intensità nei momenti pubblici, condividendo la liturgia del suo popolo, ma cercava anche luoghi raccolti, separati dal turbinio del mondo, luoghi che permettessero di scendere nel segreto della sua anima: è il profeta che conosce le pietre del deserto e sale in alto sui monti”.

“Anche noi dovremmo dire: ‘Signore, insegnami a pregare!’”. È l’esclamazione finale dell’udienza: “Anche se forse preghiamo da tanti anni, dobbiamo sempre imparare!”, l’invito di Francesco: non con le “preghiere inopportune” dei farisei, che facevano finta di pregare ma avevano il cuore freddo. “Il primo passo per pregare è essere umile”, spiega il Papa ancora una volta fuori testo: “la preghiera umile è ascoltata dal Signore”. “Perciò, iniziando questo ciclo di catechesi sulla preghiera di Gesù, la cosa più bella e più giusta che tutti quanti dobbiamo fare è di ripetere l’invocazione dei discepoli: ‘Maestro, insegnaci a pregare!’”, la consegna a braccio per l’Avvento: “Tutti possiamo andare un po’ oltre e pregare meglio”.

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