Vescovo Bresciani: “Le relazioni hanno bisogno della pazienza dei sarti”

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DIOCESI – Pubblichiamo la quinta parte della lettera pastorale per l’anno 2018/2019 del Vescovo della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, Mons. Carlo Bresciani.
Leggi le prime quattro:
– “Dobbiamo tutti impegnarci ad essere costruttori di relazioni positive”
– “Dai sentimenti di Cristo agli atteggiamenti di Cristo”
– “Gesù, ponte tra Dio e l’uomo”
– “Di quali mattoni c’è bisogno per un ponte solido?”

Quali mattoni per costruire ponti relazionali?

La solidità e la durata del ponte dipende, oltre che da un progetto ben fatto, dal materiale con il quale è costruito. Non basta un progetto ben fatto, carico di ideali ineccepibili. Non ogni materiale dà la medesima solidità al ponte. Materiale fragile o inadatto rende insicuro il ponte e non gli permette di reggere i pesi che gli passano sopra.
Se noi a Roma, e altrove in Europa, possiamo ammirare ancora la bellezza e la piena funzionalità di ponti costruiti dai Romani migliaia di anni fa, è perché essi si sono preoccupati di costruirli molto solidi, con progetti adeguati e con materiale che resiste alle sollecitazioni. Se noi osserviamo con attenzione, ci accorgiamo che alcuni sono costruiti con materiale nobile (marmo o pietra), altri con materiale meno nobile: la terra cotta del mattone, ma altrettanto resistente.
I vari mattoni, scelti con cura, devono essere uniti tra loro. Si tratta di una specie di opera di cucitura perché si tengano saldamenti uniti. Da qui ne viene che occorre uno strumento indispensabile.

Come costruire: ago o forbici?
Parto da una piccola storia.
«Un re, un giorno, rese visita al grande mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un paio di forbici di rara bellezza, tempestate di diamanti.
Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì al visitatore dicendo: “Grazie, Sire, per questo dono prezioso: l’oggetto è magnifico, ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un ago”.
“Non capisco”, disse il re,. “Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le forbici”.
“No”, spiegò Farid, “le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago, al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere”.
(J. Venette, Parabole d’Oriente e d’Occidente. Fiori di sapienza per scoprire il regno interiore, ed. Droguet et Ardant)

Le relazioni hanno bisogno della pazienza dei sarti, che non solo sanno tagliare con accuratezza la stoffa pregiata e adeguata al vestito (ogni vestito deve essere su misura!), ma soprattutto che sanno unire punto dopo punto i pezzi di stoffa fino a ricavarne un vestito firmato.
Per costruire ponti solidi, non basta scegliere la materia prima di mattoni ben fatti, occorre la sapienza e la pazienza di unirli fino a farne un’opera d’arte. Un mucchio di mattoni, anche costruiti perfettamente, se non uniti, resta solo un mucchio di mattoni sconnessi, sui quali nessuno riesce a camminare: ostacolo più che ponte.

Mattoni marci
Le relazioni sono tanto più fragili, quanto più sono costruite con materiale scadente, incapace di reggerne il peso.
Da qui ne viene la domanda: con quale materiale pensiamo di costruire ponti relazionali solidi e duraturi? La stessa domanda si faceva Paolo, il quale, da buon educatore che amava intensamente i suoi fedeli, si preoccupava di indicare loro il materiale adatto e quello inadatto. Scrive infatti: “Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno per amore, sapendo che io sono stato incaricato della difesa del Vangelo; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette” (Fil 1, 15-17).
Invidia, gelosia e spirito di contesa, rivalità e intenzioni non rette, vanità e vanagloria, mormorazione e ricerca del proprio interesse, sono contrari ai sentimenti di Cristo e accrescono solo fragilità, dolore e ferite alle relazioni. Coloro che agiscono così “si comportano da nemici della croce di Cristo” (4,18) e “si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi” (4, 19). Si tratta di materiale da scartare con accuratezza, perché incapace di reggere anche le più piccole arcate della relazione: con il primo peso che gli passa sopra, cadono!

La grammatica delle relazioni è un po’ come il linguaggio che ha le sue regole, se non vengono rispettate, portano a incomprensioni e fraintendimenti, le rendono instabili o addirittura le interrompono. Incomprensioni e fraintendimenti, errate interpretazioni e false dicerie, pregiudizi che portano a vedere secondi fini dove non ci sono, pretese che non possono essere soddisfatte, purtroppo, sono sempre possibili anche all’interno di una correttezza di comportamento e di intenzioni: si tratta di pietre da non inserire e da togliere il più presto possibile dalla strada cercando chiarimenti e non sempre ci si riesce. Anche Gesù non è riuscito a convincere qualcuno che lui non era Beelzebul, il principe dei demoni (cfr. Mt 12, 24). Sono pesi che si fa fatica a portare, sottopongono a pericolose sollecitazioni le relazioni e fanno cadere il ponte se non è ben ancorato alle due sponde.
Si tratta di stanchezze che tentano di scoraggiare: alla fine della giornata di lavoro a volte si ha l’impressione di non avere costruito nulla, che la costruzione del ponte proceda con troppa lentezza, la stanchezza pesa di più e fa capolino la tentazione di abbandonare tutto. Forse è anche quello che ha provato per qualche istante san Paolo messo in prigione da coloro che voleva aiutare.
Occorre costruire dentro di noi ponti relazionali che sanno portare questi pesi, purtroppo inevitabili, senza cadere in reazioni di aggressività, di rabbia e di chiusura, sentimenti contrari al cuore di Cristo e che distruggerebbero, forse definitivamente, la relazione.

Paolo afferma che molte cose, che dal punto di vista umano per lui sarebbero stati guadagni, le ha lasciate perdere a motivo di Cristo, anzi giunge a chiamarle “spazzatura” (3, 8), cose di nessun valore. Occorre eliminare la spazzatura innanzitutto dentro il nostro cuore, ciò lascia aperto il ponte e lo sgombera dal materiale ingombrante, anche se la spazzatura non riusciamo a toglierla dal cuore dell’altro.
Scrivendo ai Corinti dice: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22).

Mattoni solidi
Paolo elenca una serie di virtù, alcune delle quali le abbiamo già ricordate. Sono atteggiamenti da costruire dentro ciascuno di noi, senza presumere che siano doti spontanee o innate. L’onestà, la credibilità, lo spirito di servizio, l’attitudine al dialogo, la disponibilità all’ascolto dell’altro e a dargli fiducia, saper soffrire per il Vangelo: sono virtù, tutte indispensabili, di cui troppi sembrano aver smarrito la memoria. Come ogni virtù, esse hanno bisogno di essere esercitate e si rafforzano attraverso l’esercizio. Esse rendono solido il ponte relazionale anche di fronte ad alcune scosse che ne mettono a prova la resistenza.
Ne metto in evidenza alcune che sono tra i mattoni che rendono più solido e resistente il ponte delle nostre relazioni.

  1. A) Il mattone della stima reciproca

“Accoglietelo [Epafrodito] nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui” (Fil 2, 29).

“Gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rom 12, 10).
San Paolo, nelle lettere che scrive alle comunità, manifesta spesso la sua stima nei confronti dei suoi collaboratori. Scrivendo ai Filippesi associa a sé Timoteo (1, 1); manifesta stima nei loro confronti “a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo” (v. 5) e, nella chiusura della lettera, ricorda parecchi altri suoi collaboratori con toni che manifestano grande stima. Non si limita a manifestare stima a parole, ad essi affida compiti importanti e delicati, dà loro fiducia.
Occorre una fondamentale stima reciproca per gettare ponti che uniscano e permettano scambi. La stima ha un risvolto psicologico, perché ognuno di noi deve gestire il temperamento proprio e dell’altro e talora il temperamento non è facile da modificare. Ma la mancanza di stima ha un impatto preclusivo anche sui semplici rapporti quotidiani.
La stima che abbiamo di un altro non passa solo attraverso le parole, ma soprattutto nei gesti, nei tratti del volto. Essa trasuda senza che lo vogliamo dalla nostra pelle e tutti ce ne accorgiamo velocemente, creando poi reazioni a catena.

Spesso si tratta di avere il coraggio di fare il primo passo, senza aspettare di mettere alla prova l’altro. Spesso, se non sempre, la stima data suscita stima di ritorno. Qui ognuno di noi può e deve prendere iniziativa: se non possiamo obbligare l’altro ad avere stima di noi, noi possiamo mostragli stima coinvolgendolo.

Zaccheo si pensava disprezzato da tutti e indegno della stima di Gesù, ma Gesù gli dice “Zaccheo scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua” (cfr. Lc 19, 5-8). L’uomo Zaccheo cambia completamente: colui che credeva non potesse stimarlo affatto, invece lo stima personalmente, lo chiama per nome e va a casa sua.

Talora la stima è difficile da esprimersi in parole, manifestiamola almeno nei comportamenti: potremo avere la sorpresa di uno Zaccheo completamente cambiato.

  1. b) Il mattone della carità

“Se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2, 1-2).
“Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione” (Fil 4, 10).
La comunità di Filippi è attenta anche ai bisogni materiali di Paolo e gli manda aiuti per i quali Paolo, che non li ha chiesti, manifesta profonda gratitudine. “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni… anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario…sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio ” (4, 14.16.19).

Se Paolo passa il ponte per annunciare il Vangelo a Filippi, i Filippesi passano il ponte per andare in aiuto a Paolo. Sotto due forme diverse, è sempre la carità che passa su questo ponte. Da qui si comprende perché questa lettera di Paolo è piena di un caldo affetto.
Al ponte della carità Paolo tiene molto, infatti si è sempre fatto carico tra le varie comunità della colletta per i poveri della Chiesa madre di Gerusalemme, promuovendola con insistenza.
Ma la carità non consiste solo nello scambio di beni. A volte essa è data da un sorriso, da una visita, dall’ascolto paziente dell’altro e altre volte… dal silenzio.

  1. c) Il mattone della corretta e giusta comunicazione

“Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 12-14).
La comunicazione è un mattone fondamentale per i ponti che siamo chiamati a costruire e va curata con attenzione. Anche il detto popolare dice ‘tagliare i ponti’ per indicare l’interruzione della comunicazione. Senza comunicazione non c’è relazione, ma c’è comunicazione e comunicazione. Le diversità sono non solo nel contenuto, ma anche nella modalità.
Tutti esperimentiamo a volte la difficoltà derivante da problemi di comunicazione: certi silenzi, certi fraintendimenti e malintesi, certe modalità impulsive, certi toni aggressivi… sono pesi che mettono a prova il ponte relazionale.
Ma non c’è modalità, non c’è tecnica, non c’è nulla che possa costruire ponti di comunicazione, se non si rinuncia al proprio orgoglio, a una certa autosufficienza, a una presupposta maggior sapienza umana. Solo l’umile che sa ascoltare, che sa che non ha ancora ‘raggiunto la meta’ e che sa apprezzare il dono dell’altro può veramente entrare in una comunicazione personale, come fa Paolo con i Filippesi.
Interessante vedere la modalità di comunicazione con i fedeli di Filippi che Paolo adotta, pur senza nascondersi e nascondere nulla della realtà che quella comunità sta vivendo. Parla senza alcuna presunzione di sé e della propria fede, con umiltà, comunicando i suoi sentimenti più profondi. Non mancano accenni di rimprovero, ma il tono, la modalità e anche i contenuti rendono facile passare sul ponte che lui tende ai Filippesi. Quanto è capace di parlare di sé, dei suoi sentimenti anche più intimi, di ciò che personalmente sta vivendo senza pietire! Senza finire in lamentosità per le sue difficoltà, sa gioire di quanto di bello e buono c’è a Filippi e lo mette in evidenza. Esorta alla gioia e comunica serenità e pace interiore.
Quanto potrebbero migliorare anche le relazioni tra di noi se imparassimo questo stile da Paolo!

  1. d) Il mattone del perdono

“So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta” (Fil 3, 13-14).
È la più alta forma della carità, la virtù più alta del cristiano. A volte le parole non bastano, l’irrimediabile è compiuto e ciò che è stato fatto o detto non può più essere cambiato. Quando il ponte sembra ormai umanamente distrutto e sembra che non ci siano più rimedi, il mattone che salva la distruzione del tutto e ripara il crollo totale è il perdono.
È il modo in cui Gesù tiene aperto il ponte con chi lo ha messo in croce e muore riconciliato.
Paolo lo deve esercitare nei confronti di chi lo ha abbandonato, di chi lo ha calunniato, di chi gli ha posto ostacoli di ogni genere, di chi pensa di “accrescere dolore alle mie catene” (1, 17) mentre è in prigione, di chi perfino gli infligge punizioni corporali (lapidazioni, flagellazioni …). Non fa la vittima, anche se è innocente.
Il perdono comporta un dimenticare, che non è di tipo intellettuale come avviene con l’Alzheimer, ma voltare deliberatamente le spalle al passato e guardare avanti, a quel futuro che si può costruire, partendo da ciò che è stato.
Ogni relazione, anche la più intensa, ogni comunità ha bisogno (spesso!) di questa virtù assolutamente disinteressata che scaturisce da un cuore sanguinante amarezza e delusione. Essa trova la sua forza in una speranza che va oltre il presente, che opera riconciliazione in sé e tiene aperto il ponte per l’altro. Nella vita ciascuno di noi va incontro a perdite irrimediabili – per causa propria, per fatalità o per causa altrui- con le quali o si  riconcilia oppure avrà una vita più difficile e mai pacificata con sé e con gli altri. Rifiuterà ogni ponte che gli si tende.
Senza la capacità di riconciliazione, possibile solo nel perdono, tutto diventa utopia: perdonarsi e perdonare rende capaci di accettarsi e di accettare gli altri ricostruendo relazioni altrimenti impossibili. Senza perdono non è possibile alcuna resilienza[1] dalle ferite che la storia personale e comunitaria lascia su ciascuno di noi. Il perdono quindi è una chiave di volta che regge l’arcata del ponte.
Da cristiani siamo chiamati ad esercitare l’arte e la virtù del perdono dentro le nostre realtà, senza di essa non c’è possibilità di speranza né per noi né per gli altri.

  1. e) I mattoni che ognuno può inserire per rendere più solidi i suoi ponti relazionali

Secondo la propria personalità e il proprio temperamento ognuno può inserire i mattoni di cui si è parlato e che non possono mai mancare.
Ognuno, però, a questo punto, dovrebbe chiedersi se per caso, oltre quelli sopra ricordati, non abbia in riserva qualche altro mattone che non ha ancora avuto il coraggio e l’umiltà di inserire nel ponte delle sue relazioni e domandarsi se non sia giunto il momento di farlo. Sono convinto che tutti abbiamo molti mattoni che con umiltà possiamo inserire per rendere solidi e belli i nostri rapporti.

Forse basta poco: basta una telefonata, un saluto meno freddo del solito, un grazie per quello che si è ricevuto, l’umiltà di chiedere perdono, il coraggio di fare il primo passo… come cambierebbero le relazioni se lo si facesse!

Le relazioni non solo vanno costruite, vanno anche curate, hanno bisogno di una continua manutenzione.
La resilienza indica qui la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà e alle ferite della vita, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita continua ad offrire, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, pur in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza, ad attraversare situazioni di conflitto relazionale e persino a raggiungere mete importanti.

 

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