Terra Santa. Suor Tighe (Caritas Gerusalemme): “Aiutiamo i poveri di tutte le religioni nei Territori Palestinesi Occupati e a Gaza”

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Daniele Rocchi

“La nostra missione? È aiutare i poveri e gli emarginati di tutte le religioni presenti nei Territori Palestinesi Occupati e Gaza”. Missione che si rivolge, secondo una stima, ad almeno 30mila beneficiari, molti di più se si considerano le ricadute positive degli aiuti anche all’esterno dell’ambito iniziale.

Suor Bridget Tighe

Suor Bridget Tighe, da poco meno di un anno è la direttrice generale di Caritas Jerusalem. Con alle spalle cinque anni di missione a Gaza, la religiosa di origini irlandesi racconta al Sir l’impegno dell’organismo cattolico fondato nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, e traccia un quadro della situazione in Terra Santa dove, dice con un sorriso, “stanno tornando tanti pellegrini. Un segno  positivo che contribuisce ad alleviare la sofferenza delle popolazioni locali”. In questi giorni suor Bridget sta stilando con Caritas Italiana un progetto di pellegrinaggi solidali che vedranno impegnate parrocchie palestinesi e diocesi italiane.

Suor Bridget, chi sono oggi i poveri in Terra Santa?
Sono, in particolare, i palestinesi, anche i migranti più emarginati che vivono a Tel Aviv. Per ciò che concerne i palestinesi in Cisgiordania, essi vivono da oltre 50 anni sotto occupazione israeliana, ma ci sono anche quelli sfollati dalle loro case e terre da 70 anni. Intere generazioni di giovani sono nate e cresciute sotto l’occupazione, private e umiliate in tanti modi.

L’umiliazione è un’altra forma di povertà che si aggiunge a quella economica, alla mancanza di accesso ai servizi e di rispetto dei diritti umani.

Povertà anche di diritti umani, un tema che qui in Terra Santa assume un significato particolare…
Certamente e riguarda in qualche modo l’intera popolazione palestinese. A Gaza due milioni di palestinesi vivono in una sorta di prigione a cielo aperto. Non possono uscire senza permesso, privati del diritto alla mobilità, al lavoro, allo studio. Credo si tratti di una situazione unica al mondo. In Cisgiordania abbiamo sfide e situazioni diverse. Gli accordi di Oslo del 1993 dividono la Cisgiordania in tre settori: A, B e C. L’Autorità palestinese (Anp) controlla l’area A, l’area B è sottoposta a un’amministrazione congiunta tra l’Anp e Israele, mentre la zona C è sotto pieno controllo israeliano. Così anche in Cisgiordania i palestinesi non possono muoversi liberamente a causa dei numerosi check point israeliani che costellano il territorio. Senza permesso non possono attraversare la barriera di separazione per andare dai parenti, a pregare nei Luoghi Santi, a lavorare nelle proprie terre. Se devono prendere l’aereo sono costretti a partire dalla Giordania e non da Tel Aviv, con un notevole aggravio di spesa.

Striscia di Gaza

Tra i palestinesi molti sono giovani e bambini: per ciò che riguarda i loro diritti, com’è la situazione?
I diritti umani sono negati a diversi livelli. C’è un numero indefinito di bambini di 12-13 anni e di ragazzi di 17 e 18 anni detenuti nelle prigioni israeliane (in genere accusati per lancio di pietre e incitamento alla violenza, ndr.) Come Caritas Jerusalem cerchiamo per quel che possiamo di alleviare queste sofferenze attraverso un aiuto e un sostegno umanitario. Ma il problema è anche culturale e di istruzione…

Che intende dire?

Nelle scuole si insegna a trattare l’altro come nemico.

Questo studiano gli studenti israeliani e palestinesi nei libri scolastici. Sono pochi casi in cui la storia viene descritta in una prospettiva che non sia quella palestinese e israeliana, cercando di proporre lo studio e la comprensione dell’altro. Ci sono associazioni che lavorano in questo ambito ma sono poche, messe ai margini e silenziate dalle autorità dell’una e dell’altra parte.

Un quadro a tinte fosche che spinge molti palestinesi cristiani (e non) a lasciare la Terra Santa in cerca di un futuro migliore. Come arginare questo esodo?
Il problema riguarda soprattutto i cristiani della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. A Gaza la comunità cristiana raggiunge a malapena le mille persone. Per queste ultime è molto difficile ottenere da Israele i permessi necessari per uscire. Quando li ottengono, normalmente per Natale e per Pasqua, molti non fanno rientro, preferendo restare illegalmente in Cisgiordania. I motivi per cui emigrano sono essenzialmente economici e non religiosi.

Non ci sono pressioni o peggio persecuzioni religiose da parte islamica o ebraica.

Sono le difficoltà legate alla vita quotidiana sotto occupazione, check point e controlli continui che generano rabbia e frustrazione.

C’è una difficoltà che più di altre impedisce la vita dei palestinesi? 
Un problema grave è l’impossibilità di avere permessi per costruire abitazioni anche sulle terre di proprietà che spesso vengono espropriate da Israele. Le case ritenute abusive vengono demolite dalle ruspe di Israele.

Impossibile costruire qualcosa da lasciare alle generazioni future.

Le Chiese provano a restaurare vecchie abitazioni o costruirne di nuove da dare in affitto agevolato alle giovani coppie. Molte però desiderano abitare in una casa con un piccolo terreno e avere la possibilità di mettere su un piccolo lavoro. Ma senza permessi tutto muore. La Chiesa costruisce anche scuole, università, propone progetti per creare lavoro, ma il cammino per rendere tutte queste persone indipendenti dagli aiuti resta lungo e difficile.

Il presidente americano Trump ha deciso il taglio dei fondi destinati al programma di aiuti delle Nazioni Unite per gli oltre 5 milioni di rifugiati palestinesi (Unrwa). Oltre a questi ha cancellato anche aiuti pari a 200 milioni per lo sviluppo della Cisgiordania e di Gaza, 25 milioni agli ospedali di Gerusalemme Est e 10 milioni a progetti di dialogo israelo-palestinese. Quali ricadute avranno questi tagli per i palestinesi?
Ricadute immediate: l’Unrwa ha già tagliato a Gaza alcuni dei servizi nelle sue scuole come, per esempio, la fornitura gratuita delle uniformi scolastiche agli alunni del primo anno e dei quaderni. Altro taglio riguarda i coupon per la fornitura di cibo. Tagli anche nei servizi sanitari come abbiamo potuto verificare anche nei nostri centri clinici dove stiamo fornendo assistenza a sempre più persone.

I tagli colpiscono la povera gente e non  Hamas.

Da parte di Caritas Jerusalem e di altre organizzazione umanitarie continueremo a portare avanti il nostro lavoro e la nostra missione il più seriamente possibile.

Cosa spinge la Caritas ad andare avanti nonostante i tanti ostacoli e difficoltà?

Abbiamo una sola luce che ci guida ed è la speranza che non va confusa con l’ottimismo. La situazione in Terra Santa, tra israeliani e palestinesi, è bloccata e non sappiamo se e come andrà avanti. Non c’è alcuna reale discussione in vista di una ripresa del processo negoziale.

Trump dice che presto renderà noto il suo piano di pace ma nessuna delle due parti sembra abbia la reale intenzione di incontrare l’altra. Nonostante ciò non dobbiamo mai rinunciare alla speranza cristiana, quella che ci fa sperare contro ogni speranza. Ciò che vediamo oggi sul terreno sono le colonie israeliane collegate tra loro da strade e zone palestinesi sempre più frammentate prive di contiguità territoriale. Esse sono separate anche dentro la Cisgiordania e non solo dal muro israeliano. Gaza è separata sia da Israele che dalla Cisgiordania. Difficile pensare a un futuro sostenibile ma un dialogo politico è necessario per ridurre le tensioni.

Pensa che la soluzione auspicata dalla comunità internazionale e da Papa Francesco, “Due popoli due Stati”, sia ancora  valida?

Se guardiamo alla situazione sul terreno questa soluzione possiamo considerarla morta. Da parte nostra resta l’impegno a favorire, con la preghiera e il servizio, ogni possibilità di dialogo. È urgente aiutare israeliani e palestinesi a lavorare insieme per la giustizia e la libertà.

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