Mobilitazioni per i migranti al confine tra Stati Uniti e Messico: “La carovana non è composta da malviventi e terroristi”

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Maddalena Maltese

Si moltiplicano le azioni e gli attestati di solidarietà verso i migranti, soprattutto nelle zone di confine tra Stati Uniti e Messico, dove si trovano i maggiori centri di detenzione e dove le comunità americane si stanno preparando all’accoglienza della nuova carovana di profughi centroamericani. Intanto 200 persone ebree, musulmane e cristiane hanno partecipato ad un pellegrinaggio, lo scorso giovedì, all’esterno del campo di detenzione di Tornillo, vicino alla città di El Paso, in Texas, dove ad oggi oltre 1.000 minori non accompagnati sono ancora detenuti. A capo della delegazione diversi rabbini e leader religiosi che contestano la politica dell’amministrazione Trump sia sulla militarizzazione dell’accoglienza dei migranti che sulla detenzione.

Il rabbino Josh Whinston di Ann Arbor, in Michigan, uno degli organizzatori del “sacro viaggio” ha rilasciato una dichiarazione al settimanale Newsweek in cui chiede che “la pratica scandalosa” della detenzione per i minori immigrati, cessi. “Come persone di fede non possiamo non chiedere la riunificazione dei bambini con le loro famiglie o con i loro tutori indipendentemente dallo stato di immigrazione – ha continuato il rabbino -. Non possiamo lasciarli impantanati in una povertà disperata o rinchiusi in campi di prigionia.

Stanno fuggendo dalla violenza, stanno fuggendo dalle persecuzioni, stanno fuggendo per salvarsi la vita”.

Il pellegrinaggio è anche un’azione di memoria per gli ebrei, che vedono in questi migranti i loro antenati in fuga dal faraone egiziano per cercare una vita migliore. “È nostra responsabilità, in quanto popolo religioso e uno dei Paesi più ricchi del mondo, fare tutto il possibile per aiutare questi richiedenti asilo, anziché trattarli come criminali”, ha concluso Whinston.

Il pellegrinaggio interreligioso non è la sola manifestazione ad animare gli Usa. Circa 3mila cattolici e appartenenti ad altre fedi hanno firmato, nei giorni scorsi, un impegno di solidarietà per tutti coloro che chiedono asilo negli Stati Uniti e promettono di agire da buoni vicini per “costruire una comunità dove tutti siano i benvenuti”. Tra i sottoscrittori dell’appello ci sono vari gruppi tra cui la Franciscan Action Network, il Colomban Center for Advocacy and Outreach, Faith in Public Life e la Chiesa evangelica luterana in America.

“C’è stata molta retorica politica intorno alla carovana migrante e dobbiamo separare i fatti dalla finzione – spiegano i francescani -.

Gli appartenenti alla carovana non sono membri di una banda di malviventi e non sono terroristi: molti hanno familiari che sono cittadini americani e queste persone semplicemente vogliono vivere con le loro famiglie senza paura e hanno tutto il diritto di chiedere asilo per sentirsi al sicuro”.

La direttrice di uno dei programmi del network francescano, suor Maria Orlandini, ha fatto parte della delegazione di rappresentanti delle diverse fedi che si sono recati in Honduras per constatare quali problemi affliggono chi sta fuggendo e ha avuto modo di verificare di persona la gravità della situazione, aggravata anche dalla scelta degli Usa di “porre fine allo status di protezione temporanea per gli immigrati provenienti dalla regione. E la politica di deportazione e tolleranza zero, non ha fatto altro che aggravare la situazione”.

I francescani sostengono con convinzione “le nostre sorelle e i nostri fratelli bisognosi e denunciamo la retorica e le politiche che ci danneggiano, minacciano e dividono”.

Faith in Public Life, un’organizzazione di oltre 50mila rappresentanti delle chiese e delle fedi, ha lanciato un giuramento pubblico in cui chi sottoscrive si impegna “a dire la verità su chi sta fuggendo dal pericolo respingendo ogni narrazione disonesta e xenofa; si impegna ad accompagnare e sostenere i richiedenti asilo o le persone della comunità che lo stanno già aiutando; si impegna a contattare i propri rappresentanti polici che stanno cercando di disumanizzare chi cerca protezione e si impegna a fare della propria comunità un luogo accogliente”.

L’azione di solidarietà è partita in contemporanea alla decisione di un giudice della Corte distrettuale di San Francisco di bloccare l’ordine esecutivo emesso dal presidente Trump, il 9 novembre scorso, che per 90 giorni avrebbe rallentato il processo di identificazione dei migranti, incoraggiando respingimenti e deportazioni.

Anche il vescovo Joe Vasquez, presidente della Commissione sui migranti, a nome della Conferenza episcopale ha sottoscritto, assieme alle responsabili della Catholic Charities Usa, del Catholic Legal Immigration Network e del Catholic Relief Services.
“Troviamo questa azione estremamente preoccupante”, ha dichiarato il vescovo, spiegando che il provvedimento di fatto limiterà e rallenterà l’accesso alla protezione di centinaia di bambini e di famiglie in fuga dalle violenze in Centro America: “Lasciandoli in condizioni non sicure in Messico o in situazioni di detenzione indefinita ai confini”. Mons. Vasquez ribadisce che il diritto d’asilo “è codificato sia nelle nostre leggi che nei valori e quindi esortiamo l’Amministrazione a cercare altre soluzioni che rafforzino l’integrità del sistema di immigrazione esistente, garantendo nel contempo l’accesso alla protezione per i bambini e le famiglie vulnerabili”. Il documento non cessa di sottolineare che “la Chiesa cattolica continuerà a servire, accompagnare e assistere tutti coloro che fuggono dalle persecuzioni, indipendentemente da dove cercano tale protezione e da dove provengono”.

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