Di delusioni non si vive

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Paolo Bustaffa

“Oggi ho assistito alla seduta della Camera e non vi so dire quanto abbia sofferto d’uno spettacolo di così violente passioni e così poco illuminato da sapienza moderatrice; si tocca con mano il bisogno di remoto, vasto e paziente lavoro di ricostruzione cristiana. Dopo le delusioni delle istituzioni umane cresce a dismisura la speranza nei principi superiori del bene e dell’ordine”.
In una lettera in data 9 giugno 1920, dieci giorni dopo l’ordinazione sacerdotale, così commentava don Giovanni Battista Montini la seduta della Camera a cui aveva assistito su invito dal padre Ludovico, deputato del Partito Popolare Italiano.
Nessuna forzatura per quanto accade oggi ma la delusione e la preoccupazione crescono con il ripetersi di linguaggi, di atteggiamenti, di gesti che rivelano un male oscuro che è nelle coscienze prima che nella politica.
Di questo si sono resi conto perfino i ragazzi delle scuole quando, assistendo ai lavori parlamentari per nobili intenti educativi, si sono imbattuti in situazioni non propriamente edificanti.
Ci si chiede allora se questo spettacolo sia da considerare semplicemente frutto di intemperanza e sia da giustificare come innocua esternazione goliardica.
Davvero queste scintille verbali e comportamentali si accendono e si spengono senza lasciare traccia? Davvero sono così lievi da non provocare una ferita nella coscienza di un popolo e in particolare dei giovani che ben altro si aspettano dagli adulti?
Una risposta viene dal pensiero di un uomo politico lontano nel tempo anche se pochi anni sono passati dalla sua morte. “Confesso – scriveva Mino Martinazzoli in ‘La politica possibile’ – che, a proposito di tante e smisurate parole, non mi viene in mente niente. Io credo che la politica è altrove e che prima o poi dovrete tornarci. Noi vi aspettiamo lì”.
Si può cogliere l’invito a non ribattere colpo su colpo alle parole gridate e smisurate, ma a iniziare un lavoro paziente, a generare una passione operosa per la politica. E non importa se, nel clamore di questi giorni, non si riesce ad essere subito percettibili.
Il “vasto e paziente lavoro di ricostruzione cristiana” al quale il giovane don Giovanni Battista Montini dedicò il suo pensiero, il suo magistero e il suo impegno non può, dunque, mancare nell’agenda della comunità cristiana e, in particolare, nell’agenda delle aggregazioni laicali che in essa vivono.
È il tempo di riprendere, con modalità e alleanze attente ai segni dei tempi, il percorso dell’impegno politico e proporlo come un esercizio di futuro. Di delusioni e lamentele non si vive. Dopo le elezioni di marzo per i laici, in particolare per le aggregazioni laicali, si tratta di dare senso e concretezza a una Chiesa missionaria, a una Chiesa in uscita anche nella Città dell’uomo.

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