Rubrica “I figli: dono di Dio”, essere mamme ‘premature’

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Di Lara Facchini

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Pubblichiamo una testimonianza per la nostra rubrica “I figli: dono di Dio”.
Oggi 17 novembre è la giornata mondiale della prematurità. Un bambino su dieci nasce prematuro, sia a livello nazionale che mondiale, ed è proprio per dare voce a queste famiglie e far sapere al mondo che non sono sole, che esattamente dieci anni fa la EFCNI (European Foundation for the Care of Newborn Infants) ha deciso di indire la Giornata Mondiale della Prematurità (World Prematurity Day).

In questo giorno, noi mamme ‘premature’ cerchiamo di raccontare di cosa si tratta, perchè credetemi, un bimbo prematuro non è solo un bimbo più piccolo, dietro si cela una dura realtà. La prematurità è partorire un bimbo che non è ancora pronto per la vita fuori la pancia.
La prematurità è dover partorire un figlio e non averlo con te e così ti ritrovi ‘vuota’, priva di una parte di te, la tua parte migliore; è indossare un camice, disinfettarsi le mani e chiedere il permesso per toccare tuo figlio. La prematurità è essere una mamma a metà, una mamma dietro un vetro, perché puoi stare con tuo figlio poche ore al giorno. È lo strazio di vedere tuo figlio, grosso circa come una mano, ricoperto di fili, aghi, tubi, c-pap, parenterale, e vorresti solamente esserci tu al suo posto per togliergli tutte le sofferenza, e ti senti il cuore come se ti venisse strappato dal petto.
Ecco io sono una mamma ‘prematura’ e nonostante siano trascorsi più di sei anni, il dolore resta sempre vivo, tanto da mancarmi l’aria ogni volta che vedo un incubatrice, tuttavia ringrazio Dio per avermi scelta per questo grande compito e per gridare al miracolo ad ogni sua conquista. La fede è la cosa a cui mi sono aggrappata, dalla gravidanza passata completamente tra il letto e l’ospedale, al periodo in cui il mio primo figlio era ricoverato nella Terapia Intensiva Neonatale del Salesi: Dio, Gesù e Maria mi hanno tenuto per mano, ma soprattutto hanno tenuto la mano a mio figlio, insieme a San Giovanni Paolo II di cui sono talmente devota da aver dato il suo nome al mio primogenito prematuro.

Passata la depressione iniziale, il sentirsi in colpa per ciò che era successo, mi sono impegnata a scoprire perché, e grazie a degli esami e ad un ginecologo ho scoperto il perché, e ciò mi ha dato la possibilità di avere una seconda gravidanza serena e tranquilla, e un secondo figlio nato a termine.

Un pensiero va a tutti i genitori che hanno sofferto, e che hanno vinto la loro battaglia, ai genitori che purtroppo non hanno potuto riportare a casa i loro figli dalla Tin, ai genitori che devono combattere ogni giorno con problemi gravi causati dalla nascita prematura.

Un grazie personale doveroso va all’ospedale ‘Salesi’ di Ancona, a tutti i medici e le infermiere della Terapia Intensiva Neonatale, alla Neuropsichiatra Infantile Stoppioni, al dottor Giannubilo e a tutti coloro che Dio ha messo sul nostro cammino, i nostri Angeli in terra.

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