Caritas Diocesana: “Mai offendere i poveri”

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Caritas Diocesana

DIOCESI – C’è uno spettacolo in città. Un comico parla di Bibbia. Decidiamo di portare anche alcuni ragazzi che vivono in Caritas. Arrivati ci rendiamo conto che c’è un biglietto da pagare. Non avevamo con noi i soldi e, fortunatamente, provvede un caro amico prete. Entriamo. Due ore straordinarie di serie risate, la narrazione originale e gioiosa della Storia della Salvezza  che costringe a pensare. Alla fine scopriamo tra l’altro che alcuni amici musulmani conoscevano meglio di qualche cristiano la storia di Abramo, di Mosè…Tornando a casa però si affaccia una domanda: abbiamo fatto bene a spendere quei soldi così?

Mi torna in mente un articolo di Luigino Bruni comparso sull’Avvenire qualche tempo fa dal titolo: “Mai offendere i poveri”. L’autore sostiene che una delle idee più radicate della sociologia del XX secolo, la cosiddetta “piramide di Maslow”, è troppo astratta per essere vera. Questa teoria afferma che le persone hanno bisogni ordinati da una gerarchia piramidale: alla base ci sono i bisogni fisiologici (fame, sete, caldo e freddo…) e solo una volta soddisfatti questi possiamo permetterci il lusso di passare ai bisogni di ordine superiore (sicurezza e protezione), poi a quelli di appartenenza quindi ai bisogni di stima. E’ un’idea questa ancora molto radicata nella nostra cultura. Racconta il prof. Luigino Bruni: “Quando ero bambino il reddito di mio padre (commerciante ambulante di polli e galline) è stato per molti anni minore degli equivalenti 780 euro di cui si parla oggi, e nessuno sapeva se ogni mese sarebbero arrivati a casa, dove ad attenderli c’era mia mamma e noi quattro figli. Ma nei compleanni e per la Befana i nostri regali dovevano essere belli come quelli dei nostri compagni di scuola più ricchi. Mio padre rinunciava anche ad alcuni beni primari, ma per quei giocattoli non faceva economia, perché non voleva che ci vergognassimo a scuola. In gioco c’erano la dignità sua e nostra. I miei nonni contadini e le loro sette figlie non erano certo benestanti, ma nelle feste importanti bisognava alzarsi da tavola lasciando vino e cibo avanzati. Quei pranzi eccessivi non erano meno essenziali delle patate e del pane di ogni giorno, perché erano momenti decisivi dove si ricreavano e accudivano quei legami sociali che stringevano tra di loro i membri della comunità, e impedivano che precipitassero tutti nei giorni difficili, quando alla mancanza dei beni primari supplivano questi altri beni altrettanto primari. Durante un periodo di studio all’estero, non avevo abbastanza soldi per permettermi un quotidiano (italiano) e il treno. Mi procurai da un amico una bicicletta, risparmiavo il costo del biglietto del treno e quei due franchi mi consentirono di leggere articoli che sono la radice di quelli che ho scritto molti anni dopo, e di quello che sto scrivendo ora”.

Forse per vivere non basta un letto dove dormire e un piatto da mangiare, ci vuole anche uno spettacolo da guardare, un libro da leggere, un viaggio da fare con gli amici, un giocattolo bello per il proprio bambino, una rosa  per la fidanzata, una cenetta con gli amici più cari. Amartya Sen sostiene che  la povertà è l’impossibilità che ha una persona di poter svolgere la vita che amerebbe vivere. E a proposito di povertà di dati presentati lo scorso 17 ottobre da Caritas Italiana nell’incontro su  “Povertà in attesa. Rapporto 2018 su povertà e politiche di contrasto” sono preoccupanti.

In Italia purtroppo il numero dei poveri assoluti (cioè le persone che non riescono a raggiungere uno standard di vita dignitoso) continua ad aumentare, passando da 4 milioni 700mila del 2016 a 5 milioni 58mila del 2017, nonostante i timidi segnali di ripresa sul fronte economico e occupazionale. Dagli anni pre-crisi ad oggi il numero di poveri è aumentato del 182%, un dato che dà il senso dello stravolgimento avvenuto per effetto della recessione economica. L’evidente particolarità di questi anni di post-crisi riguarda la questione giovanile: da circa un lustro, infatti, la povertà tende ad aumentare al diminuire dell’età, decretando i minori e i giovani come le categorie più svantaggiate (nel 2007 il trend era esattamente l’opposto). Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono 1 milione 208mila (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione 112mila (il 10,4%): oggi quasi un povero su due è minore o giovane. L’istruzione continua ad essere tra i fattori che più influiscono (oggi più di ieri) sulla condizione di povertà.

La II giornata mondiale della povertà, voluta da papa Francesco, vuole aiutarci a metterci in ascolto del grido di chi vene sempre lasciato ai margini. E la Caritas, chiamata ad animare le nostre parrocchie, ha il compito di mantenere alta l’attenzione sulla carità, anche ripensando certe modalità   che si fermano alle liste di “beni primari” scritte a tavolino, senza accompagnare verso l’autonomia, valorizzando le risorse ed i talenti che a nessuno Dio nega. Conclude il prof. Luigino Bruni: “ Il primo “reddito” di cui i molti poveri del nostro Paese hanno bisogno è un segnale di fiducia e di dignità. Di sentirsi dire che sono poveri ma prima sono persone adulte, e possono decidere, anche loro, se è più primario un vestito o un regalo per chi amano”.

Nel vivere la II Giornata Mondiale dei Poveri impegniamoci, almeno in  questo giorno, ad esagerare nella concretezza dell’amore, non pensando solo ad buon pasto da consumare insieme ma anche all’attivazione di laboratori artistici, musicali, teatrali, alla partecipazione a spettacoli teatrali o musicali, a visitare musei….: a volte c’è bisogno di smantellare il ‘si è sempre fatto così’, di mettere da parte l’usato, per offrire il nuovo, nelle cose, nei pensieri e negli atteggiamenti. In campagna da bambino sentivo ripetere spesso che gli avanzi si danno ai maiali! Ai fratelli si dona almeno quello che piacerebbe anche a noi! Il povero grida, il Signore lo ascolta…facciamolo anche noi!

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