Bisogna ribellarsi e dire no ai banditori di odio

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M. Chiara Biagioni

Non sono bastate la “notte dei cristalli”, la Shoah e le leggi razziali per sconfiggere una volta per sempre le oscurità del male nella storia. Ancora oggi il mondo è attraversato dall’odio a causa della razza. Era la notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, esattamente 80 anni fa, quando in Germania e in Austria vennero distrutte quasi tutte le sinagoghe, le case e i negozi degli ebrei. Quella “notte dei cristalli” decretò l’inizio della Shoah con la prima deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Ma oggi sembra che la lezione del passato non sia stata sufficientemente ascoltata. Continuano a ferire come le lame di quelle vetrine “le argomentazioni che inducono alla divisione, l’uso di un linguaggio aggressivo che tende ad alzare barriere, la percezione che la differenza sia motivo non di ricchezza ma di esclusione”. È Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, a confidarlo al Sir: “Assistiamo a discorsi e comportamenti che creano odio e distacco partendo dal pregiudizio su situazioni e realtà che non si conoscono. È un pregiudizio che rinasce, che colpisce e si palesa”.

Cosa la offende e la fa soffrire di più?
Il male esiste. Nessuno ha mai pensato che il lavoro che si fa e si è fatto, abbia definitivamente sconfitto il male in ogni sua forma. Certo è che le divisioni e le differenze oggi si palesano in maniera violenta e al tempo stesso assolutamente normale.

È come se le persone non provassero più la vergogna o il pudore di dire certe cose, di manifestare il proprio razzismo.

Ci si sente probabilmente al sicuro in un contesto in cui i toni si possono alzare, i linguaggi possono essere offensivi e le argomentazioni possono diventare divisive e diffondere odio.

Perché oggi, perché qui in Italia?
C’è un tema temporale, nel senso che sono passati 80 anni e la distanza nel tempo in qualche modo incide sulla mancanza di conoscenza. Questo elemento temporale rimanda al vuoto di cultura generale che dobbiamo assolutamente colmare, far conoscere soprattutto ai nostri bambini, ciò che abbiamo vissuto e sofferto a causa proprio dell’odio, della divisione e dalla ricerca di capri espiatori. E questo è un secondo elemento. In un momento in cui c’è una sofferenza sociale contestuale e forte, e mancano risposte, da parte della politica, in alcuni casi, e da parte della società civile, in altri,

si rischia che la ricerca di un colpevole facilmente si trasformi nel bisogno di scaricare la responsabilità su qualcuno.

Insieme a Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha inaugurato una mostra multimediale “Prendi la tua cartella e vattene da scuola. Le leggi razziali del 1938 commentate dai bambini della periferia di Roma” che sarà esposta al Museo di Roma in Trastevere dal 9 al 25 novembre. Che valore hanno queste iniziative?
Questa è l’epoca del fare. È stato detto tantissimo, anche se mai abbastanza. Ma questa è l’epoca di agire con iniziative finalizzate a contrastare le derive dell’antisemitismo e del razzismo. Le periferie sono luoghi troppo spesso abbandonati che possono diventare zone dove facilmente si inculcano e si radicano sentimenti di distanza e di odio. Portare nella periferia messaggi chiari, di conoscenza e memoria, aiuta a ricreare un sistema di sinergie. C’è un messaggio sociale importante dietro a queste iniziative che dice:

non si lascia indietro nessuno.

Siete partiti dai bambini. Perché?
Le basi del vivere civile si sono consolidate nella Costituzione e nei Trattati internazionali. Ma su questo fondamento dobbiamo costruire una coscienza comune che passa attraverso comportamenti chiari ed onesti.

Non dobbiamo avere paura di mostrarci nelle nostre diversità ed essere rispettati per quello che siamo.

Se non ci si ribella di fronte ad uno spaccone in metropolitana, se non ci si ribella di fronte ad una maglietta volgare, se non si dice no ai banditori di odio e a chi si dichiara fascista senza neanche sapere cosa è stato il fascismo, che futuro possiamo costruire? Bisogna allora rispondere con chiarezza e dire con coraggio: noi da quella parte non ci vogliamo stare. Noi siamo dalla parte dei nostri bambini che vogliono sicurezza e pace, vogliono vivere la meraviglia che sono.

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