Sorelle Clarisse: “Due donne sono protagoniste della Parola di questa domenica”

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

Due donne sono protagoniste della Parola di questa domenica. Due vedove, due “ultime” nella società del tempo, due figure insignificanti, relegate ai margini della vita comunitaria.
La prima, ci dice il primo Libro dei Re, è una straniera, una pagana, la cui terra è devastata dalla carestia. Questa donna “getta” nelle mani del profeta Elia l’unica possibilità di vita che le rimane: «un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio», ultima risorsa per sfamare lei e suo figlio prima di morire di stenti. Le “getta” sotto forma di pane che il profeta, assieme a dell’acqua, le chiede per ristorarsi, le “getta” solo sulla certezza di una parola di eternità che Elia le dice: «La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra».
La seconda donna, appartenente al popolo di Israele, «una vedova povera», “getta” nel tesoro del tempio «due monetine, che fanno un soldo…tutto quanto aveva per vivere». Questa donna, che il Vangelo ci presenta, nella sua miseria non trattiene nulla per sé di quanto poco ha, ma lo “getta” nelle mani del suo Dio.
Due donne, due vedove che si spogliano di tutto quello che hanno per vivere.
Anche «tanti ricchi ne gettavano molte [monete]». Ma questi, ci dice Gesù, «hanno gettato parte del loro superfluo»: hanno gettato non solo il loro di più in termini economici, ma il loro senso di superiorità, la loro arroganza, il loro egoismo.
Così come gli scribi che Gesù descrive e «che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere».
Questi gettano in faccia e sulle spalle degli uomini la loro ostentazione, il loro fanatismo, i loro privilegi. Ma è un gettare diverso da quello delle vedove, non solo in termini di contenuto – l’essenziale o il superfluo – quanto nella finalità. I ricchi e gli scribi “gettano” affinché tutto possa “ritornare” a loro in termini di ammirazione, stima, potere, visibilità, guadagno. E’ un gettare studiato, mirato, calcolato perché nulla vada veramente perduto ma tutto torni moltiplicato.
Il gettare delle vedove, invece, è un gettare sulla fiducia, sull’amore, sull’ascolto, su una promessa di vita!
«Il Signore rimane fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati…libera i prigionieri…ridona la vista ai ciechi…rialza chi è caduto…ama i giusti…protegge i forestieri…sostiene l’orfano e la vedova».
Il salmista usa tutti verbi al presente, a dire un Dio che agisce ora, nella nostra vita, per darci vita. Le due donne protagoniste della liturgia di oggi ne sono pienamente consapevoli. E noi? Riusciremo mai ad affidare, a gettare tutto il nostro essere nelle sue mani di Padre, certi di una fecondità che nessun altro può darci?

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