Elezioni midterm in Usa

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Maddalena Maltese

Quale America andrà a votare oggi, 6 novembre? L’esito delle urne sarà un referendum pro o contro Trump? La sua base è ancora forte? Quanto incideranno sul voto la carovana dei migranti e i fatti di Pittsburgh? I repubblicani manterranno la maggioranza al Congresso o rischiano di perdere la Camera dei rappresentanti? Ne abbiamo parlato con William Calvo, professore associato di cultura americana e studi etnici all’Università del Michigan.

Professor Calvo partiamo dalla domanda che tutti si pongono: il governo Trump uscirà vincente dalle urne o qualcosa è cambiato dalla sua elezione?
Certamente qualcosa è cambiato ma non tanto dalle ultime elezioni, perché il cambiamento è avvenuto molto prima e Trump è solo uno degli effetti di questo cambiamento. Trump vincerà o perderà? Non lo so. Nel passato ci siamo affidati ai sondaggi credendo che le persone sarebbero rimaste fedeli al pensiero espresso durante l’intervista e invece abbiamo scoperto che le persone cambiano idea facilmente e che nella loro decisione ultima subentra qualcosa di molto personale, emotivo, che è difficile da identificare e per questo

è difficile fare pronostici di vittoria o sconfitta.

Dai dati emersi sembra che i repubblicani conserveranno il Senato e i democratici potrebbero conquistare la Camera dei rappresentanti ma tutto è molto incerto.

Torniamo al cambiamento cui accennava precedentemente. Può fare qualche esempio?
Un cambiamento del contesto elettorale, rispetto al recente passato, è rappresentato dalla presenza di molte donne, afro-americani, latinos, giovani che si sono impegnati di più nella campagna perché hanno capito che se non partecipano non possono creare cambiamento. Sappiamo però che i latinos nelle elezioni di medio-termine non votano tanto e inoltre sono stati cambiati i collegi elettorali, una prassi non nuova nella politica americana che ne modifica estensione e regole, per favorire maggiormente un partito ma ancora non sappiamo esattamente l’effetto che avrà sul voto.

Non sappiamo, ad esempio, quanto inciderà sul voto degli afro-americani e delle persone di colore, perché in alcuni collegi servirà una particolare carta di identità, e sappiamo che per chi è stato in prigione o detenuto anche solo per pochi giorni non è facile ottenerla e sono molti i “neri” affetti da questa discriminazione; oppure si registrano discrepanze tra le firme registrate e quelle al momento del voto perché le persone cambiano firma e questo non le qualifica.

Inoltre, ad esempio, si chiede ai nativi americani (i cosiddetti Indiani d’America) di avere un indirizzo di casa e loro vivono nelle riserve, spesso senza indirizzo o con uffici postali così distanti che è difficile recapitare i documenti. Il voto sarà condizionato da tutte queste situazioni ma anche dalla distribuzione demografica. Il problema vero comunque resta l’emozionalità con cui si decide, la cosiddetta pancia.

La base di Trump sembra inscalfibile e sempre più compatta nel sostenerlo. Chi sono questi elettori così determinati?
Per capirli dobbiamo parlare dell’American dream, il sogno americano qualsiasi cosa esso significhi per ciascun americano. Trump è l’effetto visibile di un cambiamento cominciato negli anni Settanta e Ottanta con il neoliberismo, il neocapitalismo, il millenial capitalismo che hanno promosso la decentralizzazione dei servizi, la privatizzazione di tanti di quei compiti che prima credevamo responsabilità di uno Stato: istruzione, assistenza sanitaria, equità dei salari, protezione del lavoro. In quel tempo una persona che doveva andare all’università per esempio non pagava tasse, ma diminuendo il contributo dello Stato anche le università pubbliche sono diventate sempre più simili alle private con tasse altissime e quindi bisognava ricorrere a prestiti anche di 200mila dollari per poter studiare e questo corrisponde, in alcune zone del Paese, a comprare una casa e quindi le persone hanno rinunciato a studiare. Lo stesso per la sanità:

le persone non possono permettersi di essere ammalate perché i costi del sistema sono insostenibili.

I cosiddetti baby boomers stanno diventano anziani, ammalati e sperimentano i limiti di un sistema avido che vede le persone solo in funzione della loro produttività e loro sono diventati improduttivi. Qui non si tratta solo del capitalismo, anche il comunismo in Cina fa lo stesso. Questo è il fallimento di un sistema che sta collassando insieme alle sue promesse. E di questo gli elettori di Trump sono le prime vittime.

E invece, ascoltando comizi e interviste il nemico non è un sistema iniquo ma gli stranieri, le minoranze, gli immigrati…
Un sistema ingordo e avido per perpetuarsi ha sempre bisogno di qualcuno a cui dare la colpa e per questo gli immigrati sono un capro espiatorio. Noi abbiamo perso il lavoro perché qualcun altro si sta prendendo le nostre risorse e questo qualcuno è un immigrato. A ciò si aggiunge l’idea che alcune persone sono migliori di altre e ci sono caratteristiche che lo provano. Se sei bianco, ad esempio, sei più intelligente, più civilizzato, un lavoratore, ma se hai la pelle scura allora sei tutt’altro. E da qui il razzismo che serve solo a continuare le disparità.

Gli immigrati rappresentano un cambiamento culturale che è percepito come minaccioso.

Se rileggiamo le parole dell’attentatore alla Sinagoga vediamo che l’attacco è rivolto anche ad una comunità che aiuta gli immigrati che usufruiscono di servizi di cui gli Stati non si preoccupano più neppure per i loro cittadini. Quando l’attentatore scrive “stanno uccidendo il mio popolo”, non si riferisce a morti solamente fisici ma culturali, a persone con uno status, dei privilegi che si sono perduti a causa dei cambiamenti. Lui sente minacciata la sua cultura e reagisce. Lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump è fatto da due generazioni di persone che hanno visto il collasso di un sistema che ha promesso benefici non raggiungibili e manifesta il suo disagio in questo modo. Sono l’anello debole della catena.

L’America che si presenta alle urne è anche un’America con un bagaglio di attentati non di poco conto. Quale è il suo pensiero a riguardo?
Le sparatorie nella sinagoga e contro gli afro-americani, come le bombe spedite a tanti leader liberali del Paese, sono prove di un intreccio di fatti e di un’America in crisi e dobbiamo aver il coraggio di farci le domande giuste. Chi sono gli attentatori? Sono maschi, di media età tra i 46 e i 60 anni, bianchi e con un simile background. Tutti loro non vogliono difendere una razza ma un’identità maschile e reagiscono a quello che sentono una minaccia. Basta guardare i comizi in Florida e il supporto degli uomini, o cosa ha detto il rapper Kanye West quando ha incontrato Trump alla Casa Bianca: “Hillary non mi faceva sentire un uomo, ma tu sì. Tu mi fai sentire un uomo”. Tutto questo ha a che fare anche con l’identità maschile e con uomini alla ricerca di un’identità.

Quindi in questo momento non abbiamo a che fare solo con razzismo, xenofobia o antisemitismo ma con il collasso di una nozione di uomo e di un rapporto uomo-donna che va ridefinito soprattutto dopo la nascita del movimento #metoo che ha modificato una dinamica di genere e di rispetto verso le donne.

Sempre più donne “competono” con gli uomini per il lavoro e alcuni di loro vengono sloggiati dai loro ruoli da donne o da stranieri qualificati. L’Occidente ha sempre definito la virilità in termini di lavoro e competizione e oggi ci troviamo di fronte ad un disagio sociale che si manifesta in termini di nazionalismo, suprematismo, sostegno agli uomini forti come Trump.

Cosa aspettarci in queste ultime ore di campagna?
Spettacolo, esibizioni spettacolari. Bisogna ricordarsi che un evento accaduto un mese fa ha un valore diverso dallo stesso evento a pochi giorni dalle elezioni. Questo è il caso della carovana di migranti dal Centro America. Impiegherà un mese per arrivare al confine, molti si stanno fermando in Messico eppure si schierano migliaia di soldati per impressionare gli elettori. Ma questa non è la prima carovana, gli Usa ne hanno avuto decine su decine, magari con numeri differenti, eppure oggi è diventato il problema, invece è solo spettacolo necessario per le elezioni. La carovana è presentata come un attacco di zombie o alieni, si cerca di de-umanizzarli e quindi se non sono umani possiamo eliminare la parte emotiva e respingerli e non averne cura.

Quale identità si ritroveranno gli Usa dopo il 6 novembre?
Noi ci consideriamo una nazione cristiana ma di fatto abbiamo separato la fede dalla pratica in tanti ambiti mentre dobbiamo, con coraggio, riconoscere che stiamo soffrendo e come funziona il “dolore” nel nostro Paese: quali sono gli effetti a lungo termine del dolore.

Valutare e permettere alle persone (e alla società) di soffrire è un processo importante per guarire.

Il dolore può assumere molte forme, sia personali che sociali e sono tutte sotto i nostri occhi, ma sono forme che vanno tutte rispettate. Mentre la nostra nazione piange siamo chiamati a cercare un modello diverso di convivenza e comunità, anche dopo i risultati delle urne.

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