Essere cristiani in Pakistan. A tu per tu con Zarish Neno

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Il 31 ottobre è un giorno rivoluzionario per il Pakiastan. È quello che scrive sul suo profilo facebook Zarish Neno, trentunenne attivista cattolica pakistana, commentando la sentenza che ha assolto Asia Bibi dall’accusa di blasfemia e che ha posto fine a un lunghissimo periodo di detenzione. Ma quella che doveva essere solo una buona notizia sta invece generando tensioni nel Paese, a causa della reazione dei fondamentalisti islamici. Per conoscere come vive questi momenti la piccola comunità cattolica, solo il 2% della popolazione, abbiamo contattato Zarish Neno, che sta vivendo in prima persona questa difficile situazione nel suo paese.

Asia Bibi è stata assolta. La comunità cattolica si aspettava questo esito o è stata una sorpresa?

I casi di blasfemia sono sempre delicati e le emozioni religiose hanno un ruolo importante. In passato tutti i casi di blasfemia erano infondati e la corte per paura non osava dare il giudizio giusto. Questo è il motivo per cui i due tribunali, vale a dire la Corte di Giustizia e l’Alta Corte, sotto la pressione dei gruppi islamici, hanno continuato a rimandare il caso. Anche se sapevano che i testimoni non avevano peso nelle loro accuse. Guardando le decisioni della Corte Suprema negli ultimi anni, i cristiani erano fiduciosi che sotto l’attuale Capo della Giustizia della Corte Suprema questo caso sarebbe stato giudicato con un verdetto giusto. Quando l’8 ottobre la Corte Suprema ha riservato il verdetto, sapevamo tutti che il verdetto sarebbe andato a favore di Asia Bibi. Abbiamo continuato a pregare e sperare e finalmente ieri abbiamo ricevuto la buona notizia. È importante aggiungere che ieri sera c’è stata una forte reazione da parte degli islamisti contro i giudici della Corte Suprema che hanno emesso il verdetto. Questi islamisti hanno minacciato I giudici dicendo che meritano di essere uccisi. Oggi il Capo della Giustizia, Mian Saqib Nasir, ha detto che se non ci sono prove contro qualcuno no è possibile punirlo. Ha poi aggiunto che non è solo il giudice dei musulmani, ma anche dei cristiani. Ciò ha aumentato il morale dei cristiani pakistani.

A seguito della sentenza di assoluzione sono scoppiati tafferugli in tutto il paese. Come vivono concretamente i cristiani in Pakistan in questo momento?

Stiamo vivendo nella paura al momento a causa dei fondamentalisti. A causa delle proteste in corso, le scuole sono chiuse, le strade sono state bloccate, gli affari sono stati sospesi e anche la vita quotidiana è stata colpita. La situazione non è ancora chiara. I gruppi religiosi chiedono di rivisitare il caso e di mettere il nome di Asia Bibi nella Lista di controllo dell’uscita (Exit Control List) in modo che non possa uscire dal paese. Il governo sta facendo del suo meglio per far sì che i gruppi religiosi comprendano il caso e accettino il verdetto della Corte Suprema.

Lei ha la percezione che il fondamentalismo sia maggioritario nel paese o che si tratti di una minoranza tanto chiassosa quanto pericolosa?

È senza dubbio una minoranza, ma una minoranza che può rivelarsi pericolosa. Tuttavia, è importante anche guardare quei musulmani che stanno con noi in questo momento. Se guardate i commenti sui social media, ci sono molti che concordano sul fatto che Asia Bibi sia innocente e che la Corte Suprema abbia dato il verdetto corretto.

Vi è giunta solidarietà per questa situazione da parte delle autorità islamiche?

La più grande solidarietà può essere vista attraverso l’indirizzo del Primo Ministro Imran Khan che ha parlato ieri alla nazione e ha convenuto che il verdetto approvato è conforme alla legge e alla Costituzione del Pakistan. Ha mostrato il suo sostegno a questo caso e ha detto che il governo farà di tutto per proteggere la vita e la proprietà. La sicurezza è stata fornita in quelle aree dove c’è la maggioranza dei cristiani. Sembra una situazione molto diversa da quella che siamo stati abituati a vedere negli anni passati. C’è più positività e solidarietà.

A parte questi ultimi giorni, com’è la vita ordinaria di un cristiano in Pakistan?

Ho sempre risposto a questa domanda: “Immaginate dunque di vivere nella costante paura di perdere la vita in qualsiasi momento; immaginate di camminare su un campo in cui sono state piantate delle bombe e con un solo passo sbagliato potreste far esplodere una bomba e morire”. Ecco cosa significa essere cristiani in Pakistan.

Si riescono a stringere legami di amicizia e collaborazione con la maggioranza islamica?

Ci sono quelli che sono educati e quelli che sono analfabeti. La maggioranza è analfabeta e ha i suoi severi punti di vista religiosi e non è disposta a scendere a compromessi. È difficile dialogare o fare amicizia con loro. D’altra parte ci sono quelle persone educate e di mentalità aperta che stanno con noi e ci supportano.

Lei crede che un Pakistan diverso sia solo un sogno o lo vede realizzabile, anche nel giro di pochi anni?

In passato avrei risposto diversamente. Il verdetto di ieri sembra aver cambiato anche me. Ora sono fiduciosa che il Pakistan possa diventare un posto migliore. Ovviamente ci vorranno molti anni e sicuramente molti sacrifici.

Teme per la sua vita? Con quali sentimenti sta vivendo questo momento?

Forse un pochino sì! Ma ho sempre sentito che c’è una Presenza Divina che continua a dirmi di non preoccuparmi. Perché: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?” (Romani 8, 35).

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