Riforma dell’Ordine dei giornalisti. Verna: “Stop allo sfruttamento”

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Riccardo Benotti

“Riformare l’Ordine è la nostra priorità. Dopo 55 anni dalla legge 69 del 1963 sull’ordinamento della professione, lo scenario è cambiato completamente. Allora c’erano giornali che erano navi scuola, dove si trovavano maestri che insegnavano il mestiere. Dire Ansa era sinonimo di agenzia, e il servizio pubblico della Rai era l’unico. Lavorare oggi con le norme di allora, sarebbe come entrare nel Medioevo con un’astronave”. È il commento di Carlo Verna, presidente dell’Ordine dei giornalisti, all’indomani della presentazione delle linee guida per la riforma approvate a larga maggioranza dal Consiglio nazionale dell’Ordine.

Dunque era tempo di cambiare?
Siamo rimasti ancorati all’idea che il mestiere si possa apprende a bottega. Non è più così. Le redazioni, in un contesto di offerta polverizzata e multipiattaforma, non hanno più tempo e spazio da permettere a chi volesse diventare giornalista di apprendere gli elementi essenziali della professione.

Il periodo di praticantato non si dovrà più svolgere presso una testata. È un tentativo di contrastare anche lo sfruttamento del lavoro?
Non si può restare apprendisti a vita, o esserlo con il ricatto di conseguire un titolo a scapito dello stipendio. Mi rifiuto di sostenere un sistema basato sullo sfruttamento: ti faccio fare esperienza, ti offro visibilità, l’Ordine ti darà il riconoscimento e tu vuoi pure essere pagato?

Questo approccio altera anche il mercato, creando un esercito di riserva da cui gli editori possono attingere con ingiustizie clamorose.

Basta ottenere il titolo sul campo. Nella società dell’informazione e della comunicazione, sapere come funziona il mestiere del giornalista può essere utile a tutti.

La laurea triennale diventa necessari per l’accesso alla professione, e deve essere seguita da un corso universitario riconosciuto dall’Ordine.

Saranno corsi di un anno modellati sui nostri master che già funzionano, in cui si fa teoria e pratica. Qui si apprenderanno i saperi della categoria insieme a quelli dell’università. Nessuno ti dà nulla se non un percorso formativo. Poi non si potrà più restare in sospeso in un giornale, perché si maturerà un diritto all’assunzione e, soprattutto,

non sarà più l’editorie a concedere la possibilità di conseguire il titolo professionale.

Vogliamo evitare così la contaminazione e lo scambio improprio. Per fare il giornalista non basta scrivere una notizia, ma bisogna conoscere bene le norme deontologiche. L’anno di studio serve anche a questo. A conoscere i principi fondamentali. Poi il mercato farà selezione.

Ordine del giornalismo e non più Ordine dei giornalisti.
Una volta il giornalista aveva il monopolio di parlare all’opinione pubblica, adesso chiunque può raggiungere una moltitudine di soggetti tramite i social network. Attraverso questi meccanismi, si inocula il veleno delle fake news. L’art. 21 della Costituzione deve essere salvaguardato e deve essere garantito il diritto dei cittadini all’informazione.

Parlare di Ordine di giornalismo significa parlare di un soggetto istituzionale preposto a fornire ai cittadini delle garanzie.

Una falsa notizia può diffondersi in tanti modi. Il giornalista deve imparare la grammatica del mestiere e riconoscere le rigorose regole deontologiche il cui scopo è tutelare il cittadino. L’attenzione si sposta dal professionista alla funzione sociale del giornalismo.

E cosa pensa delle intenzioni manifestate da alcuni esponenti del governo in merito all’abolizione dell’Ordine?
Non sono presidente per impedire l’abolizione dell’Ordine, ma per la sua riforma. Altrimenti morirà per consunzione delle funzioni. Abbiamo bisogno di rilanciarlo con nuove idee.

Non sono preoccupato che qualcuno abolisca l’Ordine, ma che non si riesca ad aggiornarlo ai tempi.

Preferisco la sconfitta al pareggio. È inutile dire che in altri Paesi funziona diversamente. L’Italia è un modello virtuoso, perché offre garanzie al cittadino. Poi non sempre la giustizia deontologica funziona, e anche per questo vorremmo potenziarla.

Nella nota di accompagnamento al Def ci si impegna anche a “un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo”. Sono a rischio centinaia di realtà locali che sono un patrimonio per il territorio?
Ci sono una serie di soggetti legati al mondo del non profit e delle cooperative, o i giornali diocesani, che rischiano di essere azzerati perché si vorrebbe all’improvviso togliere ogni supporto. È come se a un palazzo puntellato si togliessero i sostegni che lo sorreggono, senza aver fatto prima i lavori di ristrutturazione.

Si azzererebbero voci importantissime per l’utilità sociale che il giornalismo produce.

La funzione sociale di questa professione è enorme, e cammina su più gambe. Una è la piccola editoria che o viene sostenuta o muore. E sapete cosa significa far morire voci così importanti per le realtà locali?

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