Famiglia, frecce dolorose

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Giovanni M. Capetta

“Ma da principio non fu così” (Mc 19,8). È la risposta di Gesù ai farisei che per metterlo alla prova gli chiedevano se fosse lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie così come recitava la legge di Mosè; ma sono anche le parole che possono echeggiare nella coscienza (non solo cristiana) ogni volta che viene violato lo spazio sacro della dimensione erotica fra uomo e donna. Da principio senz’altro la sessualità non era aggredita da tutte le patologie e le storture da cui oggi deve difendersi. Dopo averla esaltato la sessualità come “meraviglioso dono”, il Papa focalizza la sua attenzione su tutte le forme di dominio, prepotenza, abuso, perversione e violenza che, proprio in ambito sessuale, come frecce dolorose trafiggono non solo le cronache dei nostri notiziari, ma anche i diari quotidiani e silenziosi di tante famiglie.

All’origine di ogni sopraffazione è lo “spirito velenoso dell’usa e getta” (AL 153), quando il corpo dell’altro è visto solo come un oggetto per il soddisfacimento del proprio piacere, solo in funzione del proprio ego e non come splendido ma delicato strumento con cui suonare la musica della relazione. Anche all’interno delle mura domestiche può consumarsi violenza, anche nel matrimonio può insidiarsi il germe della sopraffazione. Chi oggi ancora – come San Paolo VI nella Humanae Vitae citata da Papa Francesco nella sua Esortazione Apostolica – ribadisce che un atto sessuale imposto non è un vero atto d’amore? Per quanto ci si voglia affidare ai più aggiornati corsi di educazione sessuale, è solo una concezione della vita che metta al centro la dimensione del dono che può fungere da antidoto alle derive egoistiche che ognuno di noi sperimenta sulla sua pelle anche e soprattutto nell’intimità sessuale. “Gli atti propri dell’unione sessuale dei coniugi rispondono alla natura della sessualità voluta da Dio se sono compiuti in modo veramente umano” (AL 154). Quanto ciò si declini in tante piccole e grandi attenzioni è facile intuirlo senza entrare in dettagli non necessari.

L’uomo, più incline all’irruenza e poco portato ai preliminari, potrà sempre cercare di creare le condizioni per mettere la donna a proprio agio e non “costretta” all’unione sessuale. La donna potrà sempre vigilare perché la sua parsimonia o i suoi rifiuti non esasperino il marito al punto da fargli perdere la serenità. Gli sposi sono chiamati ad “un’unione sempre più intensa” senza “pretendere di cancellare le differenze e quell’inevitabile distanza che vi è tra i due” (AL 155). Il segreto per riuscire a vivere questa unità nelle differenze è rivelato da San Paolo nella lettera agli Efesini quando chiede ai coniugi di essere sottomessi gli uni agli altri. Una donazione reciproca che non annulla le differenze ma vince la tentazione del dominio e della sopraffazione. Eppure “l’ideale del matrimonio non si può configurare solo come una donazione generosa e sacrificata […], un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale” (AL 157). “L’equilibrio umano è fragile” ma esserne consapevoli è il primo strumento che possiamo mettere in campo per non farci vincere dal male. Donare e saper ricevere è il pentagramma su cui anche la Chiesa ci invita a scrivere la sinfonia dell’amore.

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