Esodo dall’Honduras: in decine di migliaia superano le frontiere

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Bruno Desidera

Come una valanga. Sabato scorso sono partiti in poche decine, da San Pedro Sula, città del nord dell’Honduras. Il loro sogno: arrivare negli Stati Uniti. Grazie al tam tam dei social, dopo un giorno il gruppo era diventato una carovana. All’inizio della settimana sono stati in 3.500 ad entrare in Guatemala, primo passaggio obbligato del lungo viaggio. Poi, dietro di loro si sono mosse altre migliaia di persone: circa la metà sono donne. Ci sono bambini, anziani, persone in precarie condizioni fisiche. Un vero esodo. “In questo momento si stima che nel Paese siano entrate 11mila persone” dice padre Mauro Verzeletti, scalabriniano, direttore della Casa del migrante di Città del Guatemala. Solo un rapido passaggio verso l’ulteriore frontiera, quella messicana? Non proprio. Intanto, coloro che riescono a entrare in Messico sono velocemente rimpiazzati da altri honduregni. In secondo luogo, la valanga che sembrava inarrestabile, ieri ha avuto la sua prima vera battuta d’arresto alla frontiera messicana del Rio Suchiate. Se lo Stato messicano del Chiapas aveva garantito “porte aperte”, così come il confinante Tabasco, sono arrivati in massa i gendarmi federali, inviati dal governo messicano, a sua volta pesantemente minacciato dal presidente Usa Donald Trump.

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Scontri e tensione alla frontiera messicana. Si sono vissute ore di forte tensione. “In questo momento ci sono scontri, i migranti stanno cercando di entrare con la forza. La situazione è brutta”, avverte da Tapachula padre César Augusto Cañaveral Pérez, coordinatore della Mobilità umana della diocesi. Pare siano stati usati gas lacrimogeni, fatto sta che l’azione degli agenti ha ostacolato non poco la marcia dei migranti, che pure in molti casi sono riusciti a forzare il cordone e arrivare nel tradizionale avamposto messicano, Tapachula, raggiungendo i primi migranti che già erano giunti nella città del Chiapas nella serata di giovedì.

La marcia sarà fermata? Probabilmente no, ma certamente sarà rallentata e frammentata.

In ogni caso, nella “migliore delle ipotesi”, ci vorranno settimane prima di raggiungere il confine Usa, che Trump ha già deciso di blindare, pretendendo dal Messico un analogo atteggiamento. E minacciando, in caso contrario, di intervenire direttamente.

Tra accoglienza e possibili strumentalizzazioni. Ecco, così, intrecciarsi i fili principali di una questione complessa: i motivi dell’esodo di massa, che coinvolgono in questo momento soprattutto l’Honduras, forse il Paese più violento del mondo; la situazione del Guatemala, in questo momento al collasso, premuto come una pentola a pressione; i “giochi” politici che passano sopra le tante drammatiche storie di queste persone, a poche settimane dal voto di medio termine negli Usa e a 40 giorni dall’insediamento del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo. Riassume la complessità della questione, che presenta ancora delle zone grigie, il presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, vescovo di Sololá-Chimaltenango, interpellato dal Sir: “Come Chiesa del Guatemala, abbiamo messo a disposizione le nostre strutture e abbiamo cercato di accogliere i migranti nel miglior modo possibile, all’insegna della simpatia, dell’aiuto e della solidarietà.

Ho notato tanti gesti di vicinanza e solidarietà dalla gente semplice.

Certo, resta una forte preoccupazione per la situazione estrema che vive il popolo dell’Honduras. E anche per le strumentalizzazioni politiche, a cominciare forse proprio dal modo in cui questa migrazione è stata organizzata dal suo leader, Bartolo Fuentes, attivista ed ex deputato, arrestato in Guatemala e riportato in Honduras E poi ci sono le versioni contrastanti sull’atteggiamento del Messico, tra il presidente uscente Peña Nieto e l’entrante Amlo, più propenso all’accoglienza”.

Suor Lidia de Souza

Honduras, i motivi dell’esodo. Intanto dall’Honduras continuamente la gente cerca di partire, come del resto faceva, anche se con numeri più ridotti, prima di sabato scorso. Racconta suor Lidia de Souza, la coordinatrice per la pastorale della mobilità umana della Conferenza episcopale dell’Honduras (Ceh): “La povertà e la violenza sono a un livello impressionante. Il Governo non offre alcuna proposta e il Paese è in ginocchio”. La fuga, poi, è stata accelerata dalle forti piogge cadute nelle ultime settimane. Anche a suor Lidia arrivano conferme delle difficoltà alla frontiera messicana: “Coloro che non ce la fanno per le frontiere principali, cercano di passare in altri punti, ma si tratta di una cosa pericolosa, perché la frontiere meno frequentate sono controllate da organizzazioni criminali che gestiscono, ad esempio, la tratta di persone. Non sono più di tanto preoccupata per le minacce di Trump di intervenire con le sue truppe, mi pare una cosa irrealizzabile, ma per quello che possono fare il nostro Governo e quelli vicini per la pressione di Trump”.

Guatemala al collasso. Così, ad avere la peggio è il Guatemala: un piccolo Paese, in questo momento “completamente invaso”. Lo spiega al Sir padre Juan Luis Carbajal, responsabile della pastorale della mobilità umana della Chiesa guatemalteca:

“Attorno alle sette Case del Migrante gestite dalla Chiesa dei Guatemala assieme agli scalabriniani si è radunata una vera folla, che fatichiamo a gestire”.

I migranti giunti dall’Honduras di fatto sono sparsi in tutto il Paese. “Rivolgiamo un forte appello alle istituzioni e alla cooperazione internazionale. E’ necessario l’intervento dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, della Croce rossa – prosegue il sacerdote -. Noi ormai fatichiamo ad accogliere queste persone, e intanto stiamo cercando di accompagnare queste persone e di vigilare, perché non cadano in situazioni rischiose”.

Padre Mauro Verzeletti

Incognite e giochi politici. “Questo è il risultato di decenni di politiche predatorie di Europa e Stati Uniti verso l’America Latina e in particolare i piccoli Paesi dell’Europa centrale. La situazione in Centroamerica sta collassando”, dice padre Verzeletti. Ma ora per la “valanga umana” si aprono settimane piene di incognite. L’iniziale compattezza cederà giocoforza il posto allo sfilacciamento, nell’attraversamento del lunghissimo Messico. Per chi ce la farà. Molti, probabilmente, termineranno la loro fuga proprio in Messico cercando qui una sistemazione. Altri arriveranno fino alla frontiera statunitense. Ma resta l’interrogativo paradossale: come mai una marcia di questo tipo si è messa in moto nel momento politicamente più sfavorevole, con Peña Nieto ancora in sella al posto di Amlo e con Trump scatenato in campagna elettorale? Forse, drammaticamente, perché la goccia ha fatto traboccare il vaso?

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