Ponti di Pace. Mons. Zuppi: “Il mondo ha bisogno di ponti, non di muri”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Chiara Biagioni

“Non possiamo rassegnarci al demone della guerra, alla follia del terrorismo, alla forza ingannevole delle armi che divorano la vita. Non possiamo lasciare che l’indifferenza s’impadronisca degli uomini, rendendoli complici del male, di quel male terribile che è la guerra, la cui crudeltà è pagata soprattutto dai più poveri e dai più deboli”. Si è aperto con queste parole di Papa Francesco l’Incontro internazionale “Ponti di Pace”, promosso, quest’anno a Bologna, dalla Comunità di Sant’Egidio. Fino al 16 ottobre sono raccolti “nello Spirito di Assisi” centinaia di leader delle grandi religioni mondiali insieme a rappresentanti del mondo della cultura e delle istituzioni. Al Palazzo dei Congressi (Fiera di Bologna), oltre 3mila persone seguono un intenso programma dove si alternano testimonianze dai fronti di guerra, discorsi, saluti. Prendono la parola il grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib, il patriarca siro ortodosso, Ignatius Aphrem II, il rabbino capo di Francia, Haim Korsia, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Ad ascoltare quanto viene detto sul palco ci sono in platea tre vescovi provenienti dalla Repubblica popolare cinese. Il titolo scelto per quest’anno, “Ponti di pace”, è “un invito – scrive il Papa – a creare connessioni che portino a incontri reali, legami che uniscano, percorsi che aiutino a superare conflitti e asprezze”. Oltre ai momenti di convivialità che favoriscono la conoscenza reciproca, tutti i partecipanti sono chiamati ad animare i 34 panel che da oggi si svolgeranno in diversi punti della città e in cui leader religiosi, delle diverse tradizioni, uomini di cultura e responsabili politici affronteranno temi di grande attualità come “l’Europa e la sua crisi”, la solidarietà tra le generazioni, il dialogo interreligioso, l’ambiente, il disarmo, il ruolo dei credenti di fronte alle guerre, la violenza diffusa in America Latina, il futuro dell’Africa. Abbiamo intervistato l’arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi.

Ponti di pace in un mondo in cui si invocano muri. Quale messaggio arriva invece da Bologna? 
Il messaggio è che il mondo cerca ponti. I muri allontano, illudono, fanno credere di risolvere i problemi quando invece non li vediamo per quello che realmente sono o quando il più delle volte li creiamo. San Giovanni Paolo II diceva per la Terra Santa (ma si può dire che ciò vale dappertutto) che il mondo ha bisogno di ponti, non di muri. Ancora di più in un tempo in cui la globalizzazione supera già di fatto tutti i confini. Con i muri siamo ancora più esposti ai rischi di perdere la propria identità, mentre i ponti sono quelli che garantiscono l’identità. Non un’identità isolata, ma capace di vivere e di confrontarsi con gli altri.

Un’identità isolata, che non è capace di confrontarsi con gli altri, non è un’identità.

Mentre i politici purtroppo usano un linguaggio sempre più divisivo, qui i leader religiosi tentano vie di dialogo e confronto. Che linguaggio usa la religione perché renda possibile l’incontro?
La tentazione della divisione in realtà appartiene a tutti.

È la tentazione di essere contro per essere qualcuno. Di vivere la propria identità contro gli altri per capire chi si è.

La vera sfida, invece, è quella di essere insieme agli altri per essere se stessi. Non, quindi, per non essere, ma per essere. È la grande intuizione di Assisi, di Giovanni Paolo II, sulla quale noi abbiamo continuato. Le religioni purtroppo vengono utilizzate come detonatore di odio e violenza, o, ancora, sfruttate per identità che non hanno nulla a che vedere con la fede e che anzi, sono una bestemmia rispetto alla religione stessa. Questo espone a un rischio molto alto, eppure proprio per questo credo che tutte le religioni vivano quello Spirito di Assisi lanciato da Giovanni Paolo II in maniera diversa, ma lo vivano.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Per la prima volta partecipano ad un incontro della Comunità di Sant’Egidio tre vescovi provenienti dalla Repubblica popolare cinese, Joseph Shen Bin, vescovo di Haimen, Antony Dang Mingyan, vescovo di Xi’an, e Joseph Yang Yongqiang, vescovo di Zhoucun. Con quale cuore Bologna li accoglie?
Riscoprendo le radici più profonde della nostra Chiesa. Uno dei Santi martiri in Cina è Elia Facchini, missionario francescano di origini bolognesi, ucciso in terra cinese all’inizio del ‘900. Proprio per questo antico legame, la Chiesa di Bologna vuole essere vicina alla Chiesa cattolica in Cina. La loro presenza illumina quanto leggiamo nel Vangelo:

niente è impossibile a Dio e niente è impossibile a chi crede.

Quando il credente non pensa più possibile e si accontenta dell’esistente, non è più un uomo di fede. Se dunque niente è impossibile a chi crede, ciò ci spinge a costruire, lavorare, preparare quello che altrimenti può sembrare un futuro troppo lontano. È come quando si costruiscono i ponti. Sembra impensabile che due rive opposte possano essere unite e quando poi hai costruito il ponte, ti sembra impensabile non averlo più.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

L’incontro internazionale di Sant’Egidio torna in Italia e torna in un momento politico e sociale molto delicato. Quale messaggio vuole lanciare al nostro Paese?

Che bisogna sempre ritrovare quello che unisce.

È vero per tutti. Tutti dobbiamo cercare il bene comune e proprio perché è comune, è di tutti e non è mai divisibile. Ed è forse questo il grande sforzo da fare oggi. Torna di grandissima attualità la proposta di San Giovanni XXIII: mettere da parte quello che divide e cercare quello che unisce. Nelle regole chiare per tutti ma dove tutti possono essere accolti e trovare futuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *