Vita di San Benedetto Martire, di Pietro Pompei

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ricercare le radici della storia della propria città, non è solo indicativo di interesse, di cultura, di curiosità, ma in particolare di amore per un luogo testimone del propio esistere. È per questo che papa Francesco ci invita spesso ad attingere notizie presso gli anziani, suggerendo specialmente ai giovani di coinvolgere i nonni. In questi giorni che precedono la festa del nostro Santo Patrono, nonché Eponimo della nostra città, vogliamo fare memoria, attingendo alle molte ricerche portate avanti da vari studiosi.

Sono in molti a pensare che la nostra storia va incominciata da quel documento del 1145 in cui si parla della donazione fatta dal vescovo di Fermo, Liberto, a Bernardo e Azzone, figli di Gualtiero, della terra necessaria alla costruzione del Castello di S.Benedetto. Ma proprio leggendo attentamente quel documento si comprende subito che la nostra storia è iniziata molto più in là, e sia la tradizione sia i resti di mura più antiche ci dicono che almeno per la storia del Paese Alto, bisogna rifarsi al periodo proto-cristiano. S.Benedetto Martire non è una leggenda. Se nel racconto popolare sono stati aggiunti elementi decorativi o tipici di un’epoca, ciò non toglie che anche i particolari narrativi che ad un primo momento possono apparire straordinari, vanno ricondotti almeno sul possibile ed inseriti nell’elenco dei fenomeni inspiegabili. E’ certo un fatto che la devozione per il nostro Martire fu talmente radicata, da rimanere inalterata tra le tante vicende storiche dell’alto Medioevo che avrebbero potuto in qualche modo, e proprio sul nome così diffuso di Benedetto, ingenerare confusione ed equivoci.

A leggere il Vangelo, la prima testimonianza di fede davanti al Crocifisso, appena spirato, è stata quella del “Centurione e di quelli che con lui facevano la guardia a Gesù…”. Dicevano: ”Veramente costui era Figlio di Dio!”.( Mt. 27,54). E se si vuole, i primi annunciatori della Risurrezione furono ancora i soldati: “Alcuni della guardia (posta davanti al Sepolcro) giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto”. (Mt. 28,11). Sappiamo dalla storia dei primi secoli del Cristianesimo, come molti furono i convertiti tra le file dell’esercito romano e molti testimoniarono la fedeltà a Cristo con il sacrificio della propria vita.

Il nostro Benedetto fu uno di questi e nonostante le promesse e le lusinghe per distoglierlo dalle sue convinzioni, non accettò di fare sacrifici al dio Imperatore che in quel tempo era Diocleziano e fu accusato di lesa maestà e condannato a morte per decapitazione: pena inflitta, solitamente, ai “cives romani”. La tradizione che ha la stessa valenza di qualsiasi altro documento cartaceo o di reperto, ci ha tramandato molte notizie sulla vita di questo soldato. Sono rimaste “una memoria ed una devozione, anzi un culto liturgico antico ed inveterato, che ha fatto del Santo Martire l’eroe eponimo della città, la quale da lui ha preso il nome e intorno al suo santuario, diventato pieve, è stata costruita”.

La vita di San Benedetto Martire, nella tradizione popolare.
Alla destra di chi entra nella Chiesa abbaziale del Paese Alto, si trova murata una lapide, ritenuta da sempre una parte di quella posta sul sepolcro del martire Benedetto. In essa sono leggibili notizie, ricostruite in parte dall’esperto sacerdote Michettoni, dalle quali partiamo per la nostra vita del Santo.

La morte di Benedetto avvenne all’età di 28 anni, quando regnavano gli Augusti Consoli Diocleziano e Massirniano. La data più probabile del martirio va ricercata negli anni tra il 303 e 305. quando si abbatté sull’impero Romano l’ultima grande ondata di persecuzioni. L’imperatore Diocleziano aveva giocato tutta la sua politica (284-305) di governo sulla carta della restaurazione del vecchio mondo dell’Impero romano pagano. E in questo programma vedeva nei cristiani un gravissimo ostacolo. La tradizione e le pitture ci dicono che Benedetto fu martirizzato sul ponte del torrente Menocchia nei pressi dell’antica Civita di Cupra.

Essendo un soldato dell’esercito imperiale il nostro Benedetto potrebbe essere stato provvisoriamente di stanza in quella cittadina. Tuttavia il nome della sorella “Fructa”, che leggiamo sulla stessa lapide del sepolcro e che, a detta di alcuni storici, è molto diffuso nel Friuli Venezia Giulia, può farci pensare al fenomeno dell’emigrazione così diffuso in quei tempi. Alcune coincidenze avvalorano questa ipotesi: le lapidi rinvenute sul territorio cuprense. che sembrano provenire da Aurisina; inoltre gli abitanti di quelle terre erano esperti nella lavorazione del mosaico ed abili scalpellini; infine, a tutt’oggi, il Friuli è stato sempre tormentato da terremoti ed uno di particolare intensità ci fu nel III sec. d.C. Dati poi i frequenti rapporti commerciali con quelle regìoni, specie per via mare, nulla ci impedisce di ritenere che Benedetto sia nato nella Civita di Cupra da una famiglia di emigrati del Nord.
Il nostro Martire nacque in un periodo di grande anarchia militare. Dal 235 al 284 d.C. si alternarono sul trono ben venti imperatori. Benedetto trascorse l’infanzia tra le mura domestiche come tutti i ragazzi del tempo, poi frequentò la scuola, che era un’istituzione riconosciuta dallo Stato. Il giureconsulto Ulpiano dice che se è vero che i precettori privati erano accessibili solo alle famiglie molto ricche, c’erano “nelle città e nei villaggi dei maestri che insegnavano i rudimenti della scrittura”. A dodici anni solitamente si abbandonava l’insegnamento elementare. A quattordici anni si lasciavano le vesti infantili, a sedici o diciassette anni si poteva scegliere una carriera pubblica. come prestare il servizio militare. In quel tempo i giovani trovavano un facile impiego nelle file dell’esercito. C’era bisogno di uomini sia per proteggere i confini dell’impero sia per applicare le molte leggi emanate più tardi dall’imperatore Diocleziano, oltre alla riscossione delle numerose tasse. Il trovare il nostro Benedetto nella carriera militare, ci fa supporre che la conversione del giovane sia avvenuta nel pieno della sua giovinezza, infatti i cristiani cercavano, per quanto possibile, di evitare la vita militare. Sappiamo che tra i soldati erano numerose le conversioni alla nuova religione, certamente favorite dall’incertezza e difficoltà di quei tempi. Conosciamo di cristiani fin negli alti comandi dell’esercito di Diocleziano, ed anche tra i familiari stessi dell’imperatore. Le aggiunte che talvolta troviamo sulla vita sentimentale del Santo e sulle sue origini nobili, sono luoghi comuni dei martiri di quel tempo e il frutto di una letteratura molto vivace ed anche fantasiosa, nella quale, dopo il 313 (editto di Costantino) poesia e verità seguono leggi proprie.

Dal 285 Diocleziano era riuscito a riunificare sotto il suo comando gli eserciti orientali ed occidentali; nel 286 si associò al potere un generale, Massimiano. Nel 293 ai due “Augusti si affiancarono in posizione subalterna due Cesari” Costanzo Cloro in occidente con Massimiano e Galerio in oriente con Diocleziano. La tetrarchia. così fondata, doveva servire a governare meglio un impero che manifestava ovunque i segni della disgregazione e anche per assicurare una successione, in quanto ai due “Augusti” sarebbero subentrati i due “Cesari”. Questa dinastia fittizia venne accompagnata da un’esaltazione religiosa. Si tentò la restaurazione del vecchio mondo dell’impero romano pagano. Su questo piano era inevitabile lo scontro con i cristiani ormai presenti ovunque. Negli anni 303 – 304. quattro successivi editti, di particolare durezza, colpirono i cristiani. Il quarto, in particolare. emanato nella primavera del 304, estese l’ordine a tutta la popolazione di “sacrificare agli dei mostrando la radicalità dell’azione di Diocleziano. I cristiani furono sottoposti a torture  di ogni genere e molti furono uccisi.

L’ordine giunse con qualche mese di ritardo, anche nell’“ager Cuprensis”, dove a presiedere questa piccola unità amministrativa doveva esserci un “dux” di nome Grifus. Ad essere trattati più severamente furono i soldati, molti dei quali provarono il carcere. Fra essi era il Nostro, come ci spiega un toponimo che indica nell‘antica Civita di Cupra “la prigione di San Benedetto”. E saranno proprio gli antichi edifici della Civita che degradavano verso il torrente Menocchia, i silenziosi testimoni di un processo, di una condanna e di un’esecuzione capitale, che un anonimo pittore trasse dalla tradizione e dipinse sulle pareti della nostra vecchia Pieve. Le didascalie. scritte presumibilmente con caratteri gotici, poste in margine a dette pitture, di cui ci parla l’abate Polidori ai primi del 1700, stavano ad indicare oltre all’antichità di detti manufatti, anche la funzione catechetica delle pitture, così come avveniva nelle catacombe romane. Benedetto morì il 13 ottobre dell’anno 304 d.C.

LE PITTURE
(così come si possono leggere nel cartolario lasciato dall’Abate Polidori e depositato nell’archivio della Curia Vescovile di Ripatransone).

Il martirio del nostro Santo viene raffigurato. da tempo immemorabile, in sei riquadri.

Nel primo si svolge tutta l’azione del martirio, dalla condanna a morte, al condurre il condannato al patibolo preparato sul ponte principale del torrente Menocchia e all’esecuzione della condanna, con il carnefice che recide il capo di Benedetto che ha appoggiato la testa su un ceppo. Tutt’intorno è raffigurata una gran folla, costretta ad assistere ad un’esecuzione esemplare;  questo si può dedurre dalla tristezza che si manifesta sui volti dei presenti.

Nel secondo riquadro c’è un’originalità che non si riscontra in altri martirii. Il corpo ed il capo del martire Benedetto vengono gettati con disprezzo nelle acque del torrente. Non dare sepoltura nella mitologia antica, era la più grande offesa che si potesse arrecare ad un morto.

Nel terzo riquadro si possono osservare le acque del torrente, fattesi improvvisamente agitate, (come normalmente possiamo ancor oggi constatare nel periodo autunnale), trasportare le preziose reliquie verso il mare che allora lambiva l’odierna strada statale Adriatica.

Nel quarto riquadro sono dipinti numerosi delfini che sembrano sostenere il corpo e il capo del martire Benedetto e spingerli verso la riva. Un fatto che può sembrare straordinario, ma che rientra nelle abitudini di questi animali, descritte, molto prima, dal filosofo Aristotele (Storie degli animali. IX, 36) e da Plinio il Giovane (Epistole IX. 33).

Nel quinto riquadro si può distinguere un contadino vicino ad un carro a cui sono legati i buoi, fermo a guardare incredulo questa singolare processione che si sta svolgendo in mare. In altra scena del medesimo riquadro lo stesso contadino, convinto di essere di fronte ad un evento miracoloso, pone il corpo e il capo, che nel frattempo sono stati sospinti sulla riva, sul carro per dar loro una degna sepoltura. La spiaggia occupava allora grosso modo l’attuale zona Sgariglia, poco distante dalla strada che, tagliando la collina, congiungeva Tesino all’Albula. passando lungo l’odierna via delle Case Nuove.

Nel sesto riquadro il carro avanza faticosamente verso l’Albula e giunto sul promontorio, oggi occupato dal Paese Alto, mentre allora era coperto da una folta selva, si ferma per dare sepoltura al Martire fra il pianto di popolani ai quali è giunta la notizia della decapitazione.

I cristiani del luogo onorarono subito quelle reliquie costruendo un sepolcro nascosto, quasi una catacomba a cui accedere senza esser visti dai pagani. Sul sarcofago murarono la lapide che ancor oggi in parte possiamo leggere, con l’aggiunta, evidente, delle tre righe finali che fanno riferimento alla sorella del Martire, di nome Fructa morta a 58 anni e sepolta nello stesso luogo, quando ormai la religione cristiana poteva essere professata senza alcun pericolo. Dopo l’editto di Costantino sulla tomba di Benedetto fu ben presto costruito un piccolo sacrario (oratorio) presso il quale molti accorrevano a pregare, richiamati dalla fama taumaturgica del Santo a cui venivano attribuite, proprio per il martirio subito, particolari virtù contro le malattie della testa.

La radiodatazione conferma la tradizione
Il florilegio di cui sono stati circondati i santi che più di altri, per la loro particolare vita o per la tragicità della loro morte, hanno toccato i sentimenti popolari, è noto a tutti. Talvolta si è giunti ad espressioni così inverosimili da far dubitare, addirittura, della loro esistenza. E, in un certo modo, questo è accaduto anche al nostro Santo Martire Benedette, contornando la sua tragica morte, con leziosità e sentimentalismi aggiunti secondo il sentire proprio di certe epoche della storia: forme di egoismo religioso, manifestato in sentimenti e prodigi esagerati quasi ad accrescere la potenza taumaturgica del Santo. Per nostra fortuna l’autentica tradizione, codificata anche da sei “Pitture”, rimaste fino al tardo 1600 alle pareti della Pieve, che è riuscita a scorrere nell’alveo della prima testimonianza, non si è lasciata fuorviare, legata, anche ad un sepolcro, da sempre venerato, e mai violato fino al 12 giugno 1679, quando si pensò di dare alle sacre reliquie, una più degna collocazione e rinverdirne così la devozione.

Purtroppo l’alone della leggenda stava prendendo il sopravvento, anche per un intervento della Sacra Congregazione dei Riti che per mettere un certo ordine nel calendario della Chiesa, proibiva il culto di quei Santi non documentati nel Martirologio romano; il nome di Benedetto non risultava. Se andiamo in cerca di miracoli, fu provvidenziale quel rifiuto per rinverdire un culto che si espresse anche in testimonianze e in ricerche documentarie tali da indurre le Autorità a ripristinare l’antica venerazione. Le reliquie del Santo, poste in una pregiata urna, furono poste alla venerazione del popolo.

Anche la scienza, oggi, ci è venuta in soccorso, affermando che quelle ossa vanno datate a circa 1700 anni fa. Lo studio è stato portato avanti dall’équipe del Centro di Radiodatazione dell’Università di Lecce, guidata dal professore Lucio Calcagnile, e composta dall’ingegnere dottor Gianluca Quarta, dalla biologa dottoressa Marisa d’Elia e dall’archeologa dottoressa Ida Tiberi. La Radiodatazione al Carbonio 14 è stata esposta in un Convegno storico-scientifico.

Dobbiamo dare atto al coraggio del nostro Vescovo Emerito, Mons. Gervasio Gestori, che ha permesso un’indagine che avrebbe potuto avere prevedibili amare conseguenze. E’ stata premiata la fede millenaria di un popolo che si è sempre ritrovato intorno a quel sepolcro e che ha visto nell’esempio del Martire, un invito a seguire Gesù nelle sofferenze della vita.

 

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