Cronache quotidiane di disumanità e due Premi Nobel per la pace

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Di Paolo Bustaffa

Due premi Nobel per la pace, due finestre spalancate che lasciano entrare un po’ di luce nel buio di una società che diversi analisti e opinionisti definiscono ammalata di rancore e di risentimento.
Sono Nadia Murad, yazida, e Denis Mukwege, congolese: hanno lottato pagando di persona contro “l’uso delle violenza sessuale come arma di guerra”.
Due storie diverse che pongono con grande sofferenza il tema dei diritti umani di fronte al ricorso a crimini che sono frutto di un odio rivolto non tanto verso le singole vittime quanto verso un nemico che si vuole vincere distruggendo la vita di innocenti e di indifesi.
Una storia mostruosa che si pensava ormai consegnata agli archivi e alle biblioteche.
Chi ha letto le pagine che raccontano fatti di stupro bellico ha sentito sulla propria pelle un brivido raggelante. Si è chiesto come sia stato possibile trascinare in un abisso di disumanità tante persone, soprattutto tante donne. E come questo possa accadere ancora oggi.
Chi pone le domande si ritrova senza risposte, si sente completamente disarmato di fronte a uno sfregio al corpo e all’anima che i demoni della guerra e del male ritengono necessario per sconfiggere il nemico.
Il vento della disumanità soffia sul mondo e costringe uomini, donne e bambini a fuggire verso confini dove il più delle volte sono eretti muri, reti di filo spinato oppure si trovano navi bloccate in mare.
È vero, quello delle frontiere chiuse è un vento del tutto diverso da quello della violenza sessuale in guerra ma è pur sempre un vento che soffia sul rifiuto dell’altro, lacera il tessuto sociale, impedisce la crescita della cultura del dialogo, della giustizia, della pace.
Come risponderanno le future generazioni dei popoli poveri alle future generazioni dei popoli ricchi che hanno chiuso la loro porta?
Reagiranno come un vento vendicativo e distruttivo oppure come con una brezza di riconciliazione e di pace?
Una risposta è venuta nei giorni scorsi da Nadia Murad e Denis Mukwege.
Da entrambi, come da molti altri che hanno scelto la loro stessa strada, viene una brezza, lieve e silenziosa, che pur non avendo forza mediatica sostiene e stimola gesti di umanità. Gesti che permettono all’uomo di guardarsi allo specchio senza abbassare gli occhi.
Ed è nel silenzio di questa brezza che si può percepire quella Presenza che prende la parola nella coscienza per chiedere a ogni uomo, credente e non credente: “Che ne hai fatto del forestiero, del povero, dell’uomo?”. Domande che rompono la crosta della disumana indifferenza.

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