Reddito di cittadinanza: come funzionerà e a chi sara destinato?

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Stefano De Martis

L’introduzione del reddito di cittadinanza è uno dei temi cruciali del dibattito serrato, a volte aspro, che si sta svolgendo intorno all’impostazione della manovra economica del governo. Il primo problema è di gran lunga quello delle risorse, ma si discute anche dei meccanismi di funzionamento di questa misura, che rappresenta il principale cavallo di battaglia elettorale del Movimento 5 Stelle. “Bisogna disegnarlo bene”, ha commentato qualche tempo fa il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Qualche informazione in più, in particolare sulle risorse, sarà disponibile con la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che il governo dovrà presentare entro fine mese. Ma bisognerà attendere la formulazione della legge di bilancio (entro il 20 ottobre) e il successivo dibattito parlamentare per avere dei punti fermi sull’identità di questa misura.

L’idea di fondo, comunque, è ben nota e semplice da comunicare:

assicurare a tutti un reddito minimo di 780 euro a persona (parametrati per le famiglie in relazione ai componenti), corrispondendo totalmente questo importo a chi non ha redditi o integrando fino a questo importo eventuali altri redditi.

Ma proprio a tutti in quanto cittadini, come lascerebbe intendere il nome della misura? Nel “contratto di governo”, sottoscritto da M5S e Lega, si legge esplicitamente che “la misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizioni di bisogno: l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio”. Dunque i destinatari sono le persone in condizione di povertà e specificamente di povertà assoluta, se il leader del M5S e vicepremier, Luigi Di Maio, ha ripetutamente indicato la cifra di 5 milioni persone che corrisponde al numero dei poveri assoluti secondo la più recente rilevazione dell’Istat.

Per evitare che il reddito di cittadinanza disincentivi la ricerca di un’occupazione, viene inoltre prevista la decadenza dal beneficio per chi rifiuta tre proposte di lavoro congrue e a tal fine si intende riformare e potenziare la rete dei Centri per l’impiego che tali proposte dovrebbero individuare.

Intento su cui praticamente tutti, dentro e fuori il Parlamento, sono d’accordo, dato che finora i Centri per l’impiego non sono quasi mai riusciti a conseguire gli obiettivi per cui erano stati istituiti. Molto controversa, invece, è la valutazione dell’efficacia di questa condizione nell’evitare il disincentivo al lavoro, anche perché l’importo previsto dal reddito di cittadinanza è tale da poter competere con non poche delle attuali forme di occupazione a bassa retribuzione. Il discorso è tutto da affinare però la condizione c’è.
Nella mozione di M5S e Lega approvata alla Camera lo scorso 12 settembre si afferma con una certa enfasi la differenza del reddito di cittadinanza rispetto al Rei, il reddito d’inclusione, la prima misura nazionale di contrasto alla povertà varata dal governo Gentiloni dopo un lunga sperimentazione e attiva dall’inizio di quest’anno. “Dal punto di vista teorico – si legge nella mozione – la scelta tra selettività e universalismo riflette una diversa concezione dello Stato”. Sul piano teorico non c’è dubbio che sia così, ma il reddito di cittadinanza così come si va concretamente configurando assomiglia invece molto al reddito d’inclusione. Quest’ultimo infatti è rivolto ai poveri assoluti e prevede percorsi di inserimento sociale e lavorativo obbligatori per i beneficiari. Per giunta il Rei, dopo il primo semestre di attuazione, dal 1°luglio scorso non richiede più alcuni particolari requisiti di composizione del nucleo familiare ed è quindi effettivamente universale.

La differenza sta soprattutto nelle risorse che si conta di investire, che nel caso del reddito d’inclusione erano insufficienti a coprire tutti i poveri assoluti. Perché allora non ripartire dal Rei, facendo tesoro della ricca esperienza compiuta e dandogli mezzi molto più consistenti, invece che ripartire da zero?

“Stiamo osservando con interesse il dibattito di queste settimane intorno alla proposta di istituire un reddito di cittadinanza, che viene espressamente collegato alla lotta contro la povertà”, dice al Sir Roberto Rossini, presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà, il cartello di organizzazioni delle società civile che in Italia ha aperto pionieristicamente la strada a queste prospettive e che la prossima settimana presenterà un documento pubblico. “La povertà però – osserva Rossini – è un fenomeno complesso, le cui cause sono più d’una e le cui conseguenze sono ben descritte dai rapporti dell’Istat. Il Rei, il reddito di inclusione da pochi mesi operativo, si rivolge in particolare e con competenza ai poveri assoluti e si propone come risposta strutturata, perché oltre al sostentamento economico-finanziario mette in campo una serie di azioni volte a reimmettere il povero in un circuito sociale e lavorativo attraverso le risorse del welfare nazionale e locale. La nostra prima proposta – afferma dunque Rossini – è chiedere al Governo di ripartire dal Rei, di ampliarlo e migliorarlo. Certamente un’importante azione da cui partire per garantire opportunità ai poveri assoluti, ma soprattutto ai poveri relativi, concerne il rafforzamento dei Centri per l’impiego”.

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