Comunicazione: ci sono vocabolari fatti di parole malate e che ammalano

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Paolo Bustaffa

“… è paradossale che, proprio nel tempo in cui la comunicazione si moltiplica e tocca ogni sfera della vita, la parola umana subisce, in realtà, un vero e proprio esilio, un’incapacità a essere utilizzata con l’essenzialità e la forza che essa possiede”.
Così lo scorso luglio scrivevano i vescovi toscani nella lettera “La forza della parola”, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di don Loreno Milani.
Preoccupazioni che si sono fatte più insistenti di fronte alla direzione che sta prendendo la comunicazione, in particolare quella di diversi esponenti politici.
Ci sono vocabolari fatti di parole malate e che ammalano.
Ci sono media che contribuiscono al veloce diffondersi di parole che creano incomprensioni e tensioni ma prima che nei media è nella mente dell’uomo che queste parole si delineano e prendono sempre più spazio.
Parole deboli dette con voce forte, parole che possono trascinare in un vortice i cui esiti, rileggendo anche la storia, non promettono nulla di buono. Parole che dovrebbero provocare un moto di ribellione e aprire altri percorsi alla comunicazione.
Invece non pochi vengono condotti o si lasciano condurre su strade dove una nebbia culturale impedisce di scorgere orizzonti diversi da quelli della tensione e della scontro. Si smarrisce l’orientamento e si rimane in balìa di parole equivoche, malate di protagonismo, piegate dalle ideologie, dalla menzogna, dalla demagogia.
Nasce allora l’esigenza di cercare e incontrare “parole altre”.
Un’impresa impossibile? Certamente è difficile. Vale la pena tuttavia di tentarla mettendosi alla scuola di chi da tempo sta dicendo “parole altre”.
Nella conclusione del messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali di quest’anno l’invito è di trasformare le parole in “semi di bene”.
Perché questo possa avvenire, si legge nel messaggio, “…là dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione; dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà; dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri; dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia; dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto; dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità”.
Utopia e ingenuità oppure l’indicazione di un percorso per restituire alla comunicazione il compito di contribuire alla crescita di un cittadino e di un popolo liberi dal rancore, dalla diffidenza, dalla presunzione di avere sempre e comunque ragione?
Non c’è molto tempo per liberare la strada dalla nebbia di tante parole che indicano sempre qualcuno da abbattere. Il monito viene dalla storia: quella nebbia deve essere cancellata con “parole altre” e scorgere così all’orizzonte qualcuno con cui condividere il cammino.

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