Juncker prepara il discorso sullo stato dell’Unione

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Di Gianni Borsa

L’Unione europea e i suoi Stati membri “devono dare prova di audacia” di fronte a un delicato tornante della storia. Parole di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, pronunciate il 13 settembre 2017 nel corso del tradizionale “discorso sullo stato dell’Unione” che ogni anno il capo dell’esecutivo è tenuto a rivolgere all’Europarlamento nella sessione plenaria di settembre. Istituito ufficialmente dal Trattato Lisbona (entrato in vigore il 1° dicembre 2009), il discorso – sul modello di quello del presidente degli Stati Uniti d’America – fa il punto sulla situazione dell’Ue, riepilogando sfide, ostacoli, successi e progetti per l’anno a venire. Il primo di tali discorsi risuonò nell’emiciclo di Strasburgo il 7 settembre 2010: l’allora presidente della Commissione, José Manuel Durao Barroso, dedicò gran parte dell’analisi alla crisi economica che imperversava già da un paio d’anni. Dopo il discorso, segue sempre il “dibattito sullo stato dell’Unione”, che pone a confronto il capo dell’esecutivo con gli eurodeputati, i quali rappresentano i 500 milioni di cittadini comunitari.

Tante urgenze da affrontare. Il prossimo discorso sullo Stato dell’Unione sarà proferito da Juncker mercoledì 12 settembre, sempre a Strasburgo, durante la plenaria dell’Eurocamera della prossima settimana. Si tratta con ogni probabilità del penultimo discorso di Juncker, il cui mandato scadrà a fine ottobre 2019; mentre si tratterà dell’ultimo intervento di questo tipo di fronte al Parlamento europeo così come è composto oggi: il prossimo anno si terranno infatti le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea (23-26 maggio 2019), e molto probabilmente tra i banchi siederanno un gran numero di deputati euroscettici, o addirittura antieuropeisti.Nel discorso della prossima settimana – che la Commissione ha preparato collegialmente con un “ritiro” di due giorni a fine agosto a Genval – Juncker farà certamente riferimento ai temi caldi della politica europea:gestione delle migrazioni, Libia, Siria, frontiere, sicurezza e difesa comune, Brexit, economia e lavoro, solo per citarne alcuni.

Barroso e il potere di veto. I discorsi sullo Stato dell’Unione segnano tappe significative della tormentata storia recente dell’Ue. Nel suo intervento del 28 settembre 2011, Barroso affermava tra l’altro: “Uscire dalla crisi è possibile e doveroso”; “la Grecia resterà membro dell’area euro”; “andiamo avanti su Tobin Tax ed Eurobond”; “mettiamo un freno al potere di veto degli Stati, perché ciò rallenta la marcia dell’Unione”. Si era in un momento particolarmente preoccupante sul piano della recessione economica (“in alcuni Paesi la situazione dei giovani è drammatica, uno su cinque non trova lavoro”, affermava, dipingendo una situazione addirittura più rosea del reale), c’era chi ventilava una implosione dell’euro e quindi della stessa Ue. Passando ad analizzare il funzionamento dell’Ue,Barroso attaccava il “metodo intergovernativo”, che affida poteri eccessivi ai governi dei Paesi aderenti, mentre “noi abbiamo bisogno di un vero approccio comunitario”.Il presidente della Commissione si scagliava quindi contro il potere di veto in seno al Consiglio Ue, perché “questo costringe tutta l’Unione a procedere al passo degli Stati più lenti. Invece chi vuole marciare più speditamente” nell’integrazione “deve poterlo fare”. Tema, questo, ritornato più volte negli anni successivi.

Crisi economica ed euroscettici. L’11 settembre 2013 sempre Barroso affermava nel suo ultimo Discorso sullo stato dell’Unione: “Ci sono settori di enorme rilevanza in cui l’Europa deve raggiungere una più profonda integrazione e una maggiore unità, settori in cui solo un’Europa forte può ottenere risultati”. Per questo “il nostro orizzonte dev’essere l’unione politica: non è solo l’appello di un fervente europeista, ma l’unica strada percorribile per consolidare i progressi raggiunti e garantire l’avvenire dell’Europa”. “Nulla tornerà come prima. La crisi – spiegava il politico portoghese – che stiamo affrontando non è ciclica, è strutturale, siamo in una fase storica di trasformazione”, la quale richiede risposte all’altezza delle sfide presenti.Quindi un messaggio agli euroscettici di tutti i Paesi: “Non siete d’accordo con questa Europa? Ebbene, operate per migliorarla, per dare risposte alle attese dei cittadini”.Per il relatore, “è ora di superare i temi puramente nazionali e gli interessi particolaristici: impegniamoci piuttosto per raggiungere progressi concreti per l’Europa”, i suoi cittadini, le sue imprese.

Juncker e la “buona Europa”. Il settembre 2015, al suo primo Discorso sullo stato dell’Unione, durante la fase più acuta della crisi dei migranti, Juncker affermava: L’Europa “in cui voglio vivere è quella dei volontari che accolgono i profughi, che tendono loro la mano” lungo il confine tra due Stati, in una stazione ferroviaria, in un centro di primo ristoro… L’Europa di quei cittadini che vedono nei migranti “delle persone da aiutare”, senza badare al loro passaporto, all’etnia, al credo religioso. Oltre a questa emergenza, tra le priorità del suo lavoro Juncker indicava:il caso-Grecia, la situazione economica e occupazionale del Vecchio continente, il tema della sicurezza, l’Unione dell’energia e l’Unione monetaria, i dubbi britannici sulla permanenza nella “casa comune” (poi materializzatisi nel Brexit).“È il momento della verità per l’Europa”, affermava. “La nostra Unione europea non versa in buone condizioni. Manca l’unione in questa Ue, e manca anche l’Europa”. Juncker invocava una “unità di intenti”, perché gli ostacoli da superare “sormontano di gran lunga la capacità di risposta dei singoli Paesi”. L’Ue avrebbe dovuto riscoprire di essere fondata sulla “solidarietà”.

I cinque punti della Commissione. L’anno scorso, il 13 settembre 2017, Juncker presentava cinque punti su cui agire con urgenza ed efficacia: insistere nell’affrontare il tema delle migrazioni in chiave solidale, “senza lasciare soli i Paesi più esposti”; rafforzare il commercio europeo; rafforzare il settore industriale “rendendolo ancora più competitivo e sostenibile”; “essere all’avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico riducendo le emissioni”; proteggere gli europei nell’era digitale con maggiore sicurezza in internet. “Rendo omaggio all’Italia – osservava Juncker – per la sua generosità”, sottolineando il lavoro svolto “assieme al mio amico Paolo Gentiloni” e al suo governo.“Nel Mediterraneo l’Italia deve salvare l’onore dell’Europa”, mentre “non tutti i Paesi danno eguale prova di solidarietà”lasciando il maggior peso delle migrazioni sui Paesi di primo arrivo, ovvero Italia e Grecia. È trascorso un anno da allora, ma il problema-migrazioni resta allo stesso punto, con diversi Stati chiusi nei loro confini, con leader disinvolti nel cavalcare il fenomeno migratorio solo in chiave elettorale. Quale messaggio invierà loro Juncker la prossima settimana?

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