Scrivere oltre la disabilità. Veronica Cantero Burroni: “La vita vale la pena viverla anche nella sofferenza”

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Filippo Passantino

La felicità? In un abbraccio. In particolare, in quello di Papa Francesco. La forza di vivere? In una frase, in quella che Jorge Luis Borges scrisse nella “Biografia di Tadeo Isidoro Cruz”: “Qualsiasi destino, per quanto vasto e complicato che sia, consiste in realtà di un solo momento: il momento in cui l’uomo comprende per sempre chi è”. Veronica Cantero Burroni, 16 anni, argentina, costretta dalla nascita sulla sedia a rotelle, è autrice di cinque libri. Il primo lo ha scritto a 7 anni. L’ispirazione le giunse dall’incontro con i nausa, animali simili ai procioni che si possono incontrare vicino alle cascate argentine. “Parlandone con un amico, mi ha proposto di scrivere un libro. Dissi di sì”. Da allora non si è più fermata. L’ultimo si intitola “Il ladro di ombre” e si rivolge ai ragazzi. Parlando dal palco del meeting di Rimini, ha commosso e riscosso applausi. A margine conserva il brio che accende la sua immaginazione. E tiene a precisare: “Osservo con attenzione i dettagli della quotidianità, che poi mi ispirano quando scrivo le mie storie”. I momenti felici, anche per lei, si alternano a quelli tristi. Ma ecco l’antidoto: “Quando sono triste scrivo poesie e le condivido con le persone più vicine”.

La scrittura per andare oltre i limiti. Due anni fa la giovane scrittrice vinse il premio “Elsa Morante Ragazzi”. Un riconoscimento che ricorda con gioia. Ma la sua felicità è racchiusa tra le pagine dei suoi libri.

“Scrivo per entrare in un altro mondo senza limiti, per entrare in contatto con i personaggi di cui parlo. Quello che faccio è scrivere per vivere e vivere per scrivere”.

Per le sue storie Veronica trae spunto dalla quotidianità. “Cerco di trasmettere le emozioni che provo nella vita quotidiana e faccio sì che possano trasformarsi in una storia”. Tanti gli intrecci tra vita e sofferenza che scioglie con queste parole: “Sono felice perché ho capito che la vita vale la pena viverla anche nella sofferenza”. Un messaggio che vuole promuovere con la sua storia e attraverso i suoi libri. Così, a 11 anni, chiese a Dio il perché della sua condizione fisica. “Capii che è un dono affinché possa mostrare alle persone che in qualunque circostanza si può essere felici. La scrittura è diventato il mezzo per manifestarlo”.

L’incontro con Papa Francesco. Era il primo giugno 2016 quando Veronica Cantero Burroni si trovava ai piedi del sagrato, in piazza San Pietro, per partecipare a un’udienza generale di Papa Francesco. Al termine, il Pontefice andò ad abbracciarla. Nel libro che gli donò Veronica scrisse parole di gratitudine.

“Ti dedico questo libro per ringraziarti di tutto ciò che mi hai insegnato. Mi hai insegnato a usare il mio occhio di vetro e il mio occhio di carne, perché questo è un sogno per me, un sogno che oggi vivo”.

Ai due occhi Papa Bergoglio fece riferimento incontrando un gruppo di giovani a L’Avana, citando un altro scrittore latino-americano, Miguel Angel Asturias. Ricordando l’abbraccio di Francesco, la giovane scrittrice racconta che “mi chiese se ero contenta. Ho detto di sì. Era un sogno di cui stavo facendo esperienza”. E grazie a Francesco conserva una consapevolezza forte: “L’occhio di carne serve per accettare i limiti della mia vita, quello di vetro per andare oltre questi limiti. Quando scrivo, con l’occhio di carne osservo la realtà, con quello di vetro la trasfiguro”. Come quel giorno anche oggi “sono felice quando mi sento abbracciata”.

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