Nave Diciotti. L’operatrice di Intersos a bordo: “C’è tristezza e frustrazione”

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Patrizia Caiffa

Un tramonto perlato scende sul porto di Catania e accarezza il profilo della nave della Guardia costiera Diciotti, dove sono ancora bloccati a bordo da lunedì 150 migranti. Chissà se nella ennesima notte sul ponte sono riusciti a meravigliarsi del risveglio improvviso dell’Etna sotto la luna crescente. Il Viminale ha concesso mercoledì lo sbarco di 27 minori ma continua nella sua intenzione di chiudere i porti se le persone non vengono ripartite in altri Paesi Ue. Anche il ministro del lavoro Luigi Di Maio minaccia di non pagare 20 miliardi di euro all’Ue. Oggi è il giorno del vertice informale straordinario della Commissione europea per cercare una soluzione condivisa. Ma nell’attesa cresce lo scoraggiamento e la frustrazione sulla nave e sale la tensione sulle banchine del Molo di Levante. Ieri sera erano schierate le forze dell’ordine per tenere lontane due manifestazioni opposte: pochi attivisti di estrema destra con cartelli contro “l’invasione” e centinaia di persone di movimenti antirazzisti, associazioni (tra cui Libera, Arci, Legambiente, Save the children) e tanti semplici cittadini con striscioni “No borders, no nations”, “Stop attack on refugees”. Al grido “Fateli scendere, fateli scendere subito” alcuni hanno fatto resistenza non violenta seduti in terra davanti alle camionette della polizia. Altri hanno tentato di forzare il blocco della “zona rossa” che conduce alla nave.

Chi è a bordo della Diciotti ha visto tutto e riceve le informazioni via tv e social. “So che ci sono state delle frizioni – conferma al Sir Federica Montisanti, operatrice umanitaria di Intersos-Unicef, a bordo della Diciotti -, speriamo che non si verifichino atti gravi. Ho molta fiducia nell’attivismo, nelle persone che stanno manifestando solidarietà a favore dei migranti. Speriamo che sia così anche dall’altra parte”. Insieme alla collega dell’Unicef  presta servizio in un progetto per la protezione dei bambini a terra e sulle navi della Guardia costiera Dattilo e Diciotti. Il team congiunto compie rilevazioni sui minori per trasmettere poi le informazioni alle organizzazioni umanitarie presenti allo sbarco. Fa mediazione culturale e cerca di individuare tutte le vulnerabilità di tipo psicologico, donne e bambini vulnerabili, vittime di tratta.  Sulla Diciotti, riferisce,

“l’80% sono eritrei, ci sono due siriani, una somala, bengalesi, ivoriani e un egiziano”. “Dire che sono illegali è sbagliato

– puntualizza – . La parola ‘illegale’ non può esistere se esiste la Convenzione di Ginevra che permette a tutti di aver diritto alla procedura per la richiesta di protezione umanitaria. Gli eritrei, ad esempio, hanno almeno diritto alla protezione sussidiaria”.

A bordo c’è “tristezza e delusione”. “I ragazzi hanno cominciato a comprendere che la situazione è tesa. Il fatto che non possono scendere dalla nave abbassa l’umore di tutti. Il clima generale è di tristezza, delusione e frustrazione”, racconta Federica, 28 anni, da un anno a bordo della Diciotti e della Dattilo ma con missioni anche più dure alle spalle, con “numeri più alti, persone decedute, orfani”.  “Abbiamo cercato di spiegare loro cosa succede ma le cornici di riferimento sono diverse. Non siamo stati proprio precisi nella descrizione dei fatti altrimenti se fossero venuti a conoscenza di certe dichiarazioni sarebbe stato peggio. Sono partiti con una certa idea di Europa e Italia che adesso non c’è.

Sono partiti con tante aspettative e speranze,  credendo che l’Italia fosse accogliente. Questa cosa li ha disorientati”.

Ieri l’equipaggio e le persone imbarcate sulla nave guidata dal comandante Massimo Kothmeir hanno ricevuto le visite di diverse delegazioni di parlamentari e del Garante per i diritti dei detenuti, per verificare le condizioni a bordo. “Per ora è tutto sotto controllo – dice Federica -, è stato fatto un imbarco viveri e ne abbiamo a sufficienza per un po’ di tempo. Ma ci auguriamo che non ci porti sfortuna:

avere tanto cibo non deve significare stare bloccati qui per due settimane.

(Anche se i migranti sono in sciopero della fame, ndr). Si sta facendo il possibile da parte di tutte le istituzioni e realtà coinvolte per rendere la situazione vivibile, nonostante stare su una nave non sia come stare a terra”. Il comandante “si è dimostrato pronto a rispondere a tutte le richieste delle persone a bordo – precisa -. Attraverso il suo orientamento e determinate decisioni ha permesso che la situazione non peggiorasse, che i migranti si sentissero a proprio agio”. Sulle prospettive di sbarco “per il momento non siamo in grado di fare nessun tipo di ipotesi – risponde -, ne abbiamo fatte tante ma siamo già al terzo giorno e siamo ancora qua. Cerchiamo di non farci illusioni”.

Intanto sul molo di Levante ogni sera si riuniscono per protesta anime diverse: centri sociali, reti antirazziste, associazioni, giovani e anziani, cittadini. “Sono qui perché ho sentito il dovere di intervenire in un momento difficile della nostra storia attuale – afferma Agatino Duccio Giuffré, sessantenne, vive a Catania ma è di origini pugliesi -. Siamo in un momento molto difficile e pericoloso, rischiamo di esserne travolti. Ci sono corsi e ricorsi storici. Chiediamo che le persone scendano dalla nave, devono essere salvaguardate, sono stanchi, non possono essere lasciate sulla nave. E’ gente che fugge dalle guerre e dalla miseria. Io ho avuto nonni emigrati in America e mi raccontavano come erano disprezzati, trattati male. Non vorrei ci fosse un nuovo Hitler”. Anche Irene Inserra, cinquantenne catanese, viene al molo ogni sera: “Non appartengo a nessun gruppo organizzato. Come semplice cittadina chiedo che queste 150 persone scendano dalla nave e siano accolti in Italia. Questo sistema di chiusura del Paese di fronte alla questione immigrazione è  aberrante”.

“Bloccare i porti non è la soluzione. Catania è sempre stata una città accogliente e vogliamo che lo sia ancora”.

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