Suore Clarisse, “Fare di Cristo l’alimento della nostra vita è garanzia di immortalità”

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“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Parchè la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”. Immaginiamo lo stupore, lo sconcerto, forse il rabbrividire della tanta gente che si trova attorno a Gesù nel sentirlo pronunciare queste parole. Parole che sembrano un incitamento al cannibalismo, un discorso strano quanto malsano, proclamato da qualcuno forse non troppo in sé.

Ma quello che chiede Gesù è “solo” un entrare, da parte nostra, in una relazione profonda con lui, una relazione di intimità vera, di comprensione profonda, una relazione che faccia di Gesù e dell’uomo l’uno rifugio dell’altro, l’uno casa dell’altro. Infatti, leggiamo ancora nel Vangelo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”.

Fare di Cristo l’alimento della nostra vita è garanzia di immortalità, di vita eterna; non la vita per sempre che ci verrà donata come premio del nostro diligente e ineccepibile comportamento, del nostro aver osservato regole, norme e comandamenti, ma la vita che già ora pregustiamo e che non è avviata verso la morte ma chiamata a fiorire in Dio, a stare in Dio a prendere dimora in lui.

Si tratta, ancora una volta, della opportunità e della grazia di scegliere ed abbracciare la vita e non la morte, il bene e non il male, la benedizione e non la maledizione.
«Chi è l’uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene?»: è la domanda che si pone e pone a noi il salmista, una domanda che ci chiede di farci avanti!

Sì, perché desideriamo la vita, desideriamo il bene, desideriamo quel cibo e quella bevanda capaci di farci vivere in eterno; desideriamo, come scrive l’autore del libro dei Proverbi, abbandonare l’inesperienza e vivere, andando diritti per la via dell’intelligenza che è la via della fede, della fiducia, del completo abbandono in Cristo Signore.

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