Monache clarisse: “Gustate e vedete come è buono il Signore”

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“Gustate e vedete com’è buono il Signore: beato l’uomo che in lui si rifugia”. Il salmista ci invita a “gustare” il Signore così come ha fatto, nel deserto, il profeta Elia. Stanco e desideroso di morire, per due volte è svegliato dall’angelo del Signore che lo invita a mangiare: “Alzati, mangia! Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve”.
E leggiamo ancora nella prima lettura, tratta dal primo libro dei Re, “con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb”.
C’è un cammino, che è il cammino della vita (quaranta giorni e quaranta notti è, simbolicamente, il tempo di una generazione), che possiamo affrontare solo sfamandoci e gustando il pane che il Signore ci offre.
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Di fronte a questa affermazione che ci dovrebbe far sussultare di gioia per la prospettiva di una vita eterna, per sempre, noi invece ci scandalizziamo: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?”.
Alla ricerca del sensazionale, del grande, dello straordinario, del sovrannaturale come quel qualcosa che può dare senso e significato alla nostra vita, non riconosciamo, nella quotidianità della nostra esistenza, la possibilità e la grazia di cibarci e sfamarci dell’unico pane che può darci sollievo, consolazione, rifugio, offrire libertà, ascolto, risposte.
Questo pane è Cristo, la sua Parola, la sua carne: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”.
Non si tratta di stare a discutere, mormorare, né tantomeno riempirci testa e bocca di discorsi teologizzanti, o di sapere a memoria e eseguire a menadito regole, norme, comandamenti.
Il Signore ci chiede di gustare, di assaporare la “bontà” di una vita “condita” dalla sua Parola, dal suo stare con noi, dal suo abitare in noi.
Non siamo chiamati ad essere più buoni, più bravi ma a lasciare che Cristo dia forma e sostanza al nostro pensare, sentire, amare.
Cosa mangiamo? Di cosa ci nutriamo? Scrive San paolo alla comunità dei cristiani di Efeso: “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.
Si tratta di cambiare “dieta”, di nutrire cioè il nostro corpo, il nostro spirito, la nostra anima senza appesantirli con tutto quel “cibo spazzatura” che può solo rovinarci il “fegato”!
Nutriamoci di Cristo, facciamo di Lui il fondamento attorno al quale far ruotare tutta la nostra vita, il pane che mai deve mancare sulla tavola dei nostri giorni e dei nostri tempi.

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