Bimba rom ferita

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Patrizia Caiffa

Un episodio che “può far riflettere, da una parte e dall’altra, che in questo momento non serve alzare la tensione. Le contrapposizioni non aiutano nessuno”: è l’invito di mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma per il settore Sud, commentando la notizia dell’individuazione del responsabile – un italiano ex impiegato del Senato – del grave ferimento con un proiettile di una pistola ad aria compressa di una bimba rom di 13 mesi avvenuto a Roma il 17 luglio, in via Palmiro Togliatti, mentre era in braccio alla madre. La bambina è ancora in condizioni critiche all’ospedale Bambino Gesù e rischia una paralisi. L’uomo avrebbe sparato dal balcone di casa, sostenendo che voleva provare l’arma. Il vescovo Lojudice invita a fare maggiore chiarezza sull’episodio e interviene anche sugli sgomberi in corso (quello al Camping River è stato bloccato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo): “Gli sgomberi non sono la soluzione”, afferma, proponendo invece buone pratiche che potrebbero fare scuola.

Il clima di odio e tensione sociale può aver alimentato un episodio come il ferimento della bimba rom?

Forse questo è un momento particolare, con un clima di caccia alle streghe.

Quando si alza la tensione sul tema immigrazione il rischio di alimentare xenofobia e razzismi vari è molto alto. Però è un problema che si trascina da tempo,

non me la sento di dire che è dovuto alle dichiarazioni di certi esponenti del governo. Pare ci sia una responsabilità oggettiva di questa persona, ma non si capisce se ha preso la mira oppure no. Va chiarita la dinamica dell’incidente. Speriamo sia una persona squilibrata perché se fosse stato fatto con coscienza e chiarezza… Mi ricorda vagamente l’episodio dell’omicidio di Marta Russo, oltre vent’anni fa. Questo fatto ci potrebbe far riflettere, da una parte e dall’altra, che in questo momento non serve alzare la tensione. Le contrapposizioni non aiutano nessuno.

C’è una via d’uscita a questo clima?

La cosa che bisognerebbe fare sempre, soprattutto da parte di chi ha responsabilità istituzionali, sarebbe

affrontare le questioni con pacatezza, guardando i problemi nel loro insieme.

Certo mi rendo conto che questo è difficile: il politico, di qualunque colore sia, cerca il consenso, che si ottiene toccando determinati temi in un certo modo, parlando più alla pancia che alla testa. Se ne viene fuori se c’è la consapevolezza che i problemi seri vanno affrontati in maniera seria: promuovere dei dialoghi con approfondimenti sulla conoscenza dei rom, dell’Africa. Ci sono domande aperte che nell’immaginario del ceto medio non emergono perché ci si accontenta della “notiziola”, del prurito del momento. Andrebbero promosse maggiori occasioni di approfondimenti seri per affrontare con intelligenza le cose. Il rischio è che si rimanga sempre un po’ ideologici, o si scantona da una parte o dall’altra. Purtroppo siamo fatti così, questo è un limite dell’essere umano.

L’altra strada è presentare dei modelli positivi.

Speriamo che il ferimento della bimba sia stato casuale. Ma se fosse stato l’inverso – un rom che spara e colpisce una bimba italiana – la copertura mediatica della notizia avrebbe forse avuto più enfasi, ci sarebbe stata una reazione più forte dell’opinione pubblica. C’è uno squilibrio nell’affrontare questi temi?

Senza ombra di dubbio. È già successo in passato. Ci sono stati negli ultimi anni fatti di cronaca con incidenti provocati da persone rom in cui si sono creati contesti in cui si è alzata tantissimo la tensione. Ma i fatti andrebbero tutti provati. Nessuno giustifica per nessun motivo e in nessun modo un rom che fa una violenza di qualunque genere ma è oggettivo, anche a livello statistico, che

se a compiere un gesto è un rom risuona tantissimo e va avanti in cronaca per giorni e giorni. Non c’è ombra di dubbio.

Non possiamo dimenticare il caso che a Roma nel 2007 riaprì la questione dei rom: l’omicidio Reggiani, che poi era uno sbandato. Guai a giustificare colpe oggettive ma non è giusto che un popolo intero diventi un capro espiatorio di tutti i mali.

Anche in questa situazione prima di gridare “al razzista” vediamo di capire come si chiude l’indagine.

Sui rom è aperta anche la questione degli sgomberi: la Corte europea per i diritti dell’uomo ha detto no allo sgombero del Camping River, intanto ieri altre persone sono state mandate via dall’ex Fiera di Roma. Un altro problema scottante per la Capitale?

Direi di sì. È un vecchio problema a cui non si trova una soluzione intelligente. È chiaro, aiutare queste persone ad uscire da un campo in cui vivono da tanti anni non è facile, posto che qualcuno affitti appartamenti a famiglie rom. Il Comune si lamenta di aver messo a disposizione dei soldi, però non trova chi affitta. Ma non è questo il passaggio giusto. Secondo me ci sono passaggi intermedi che non possono essere saltati. Lo vedo perché come diocesi di Roma accompagniamo con gruppi di volontari alcune famiglie rom che vivono in appartamento con notevole fatica, anche perché i vicini non sono mai molto favorevoli. Sfatiamo il luogo comune che i rom vogliono vivere nei campi, al contrario vorrebbero scapparne. Il problema è serio e complesso.

Pare che il Comune debba fare ogni tanto delle azioni di forza per dimostrare qualcosa.

Gli sgomberi non sono la soluzione?

Certo che no. Non va bene quella distruzione, quel modo di fare. La cosa strana è che lo sgombero del Camping River era già in programma da anni, con i vari ultimatum. Il Comune ha anche autodistrutto i container, non si capisce dove vogliono andare a parare. Pensano di spaventarli per farli andare via? Ma questa sarebbe una soluzione e una analisi sbagliata, che non funzionano.

Quali alternative consigliate, sulla base della vostra esperienza?

L’unico modo è

integrare i rom in un meccanismo che preveda piccoli pezzi di terra di 1.000/1.500 metri quadrati per due o tre nuclei familiari, mettendo a disposizione o realizzando in autocostruzione dei moduli abitativi.

Sono state fatte esperienze di questo tipo. È chiaro che non si improvvisano, ci vogliono mesi. Ma se “mai si parte mai si arriva”. Questo l’ho detto anche alle giunte precedenti, chiedendo di fare una mappatura dei piccoli terreni. Anni fa al Casilino 900, con architetti dell’università Roma 3, alcuni rom costruirono una casetta dedicata al beato Zefirino. Questo dimostra che se ci si mette a lavorare, con una spesa minima di 6-7.000 euro, si può costruire una casetta dove far vivere uno o due nuclei familiari. Se il meccanismo si allargasse e diventasse più organizzato e scientifico sarebbe buono. Ma questi progetti sono stati sempre accantonati. A me sembra invece l’unico modo.

Avete presentato le vostre proposte alla giunta capitolina? Quali risposte?

Ci siamo confrontati mesi fa con il gruppo “Ufficio di Scopo Gestione delle attività relative a concessioni scadute” che si occupa dei rom e abbiamo già fatto queste proposte. Ma c’è un altro paradosso:

una lavanderia gestita da rom, che opera da anni nella zona di Ciampino, avviata dai padri rogazionisti, ora deve chiudere per un problema di destinazione d’uso dei locali.

Ci sono sei o sette famiglie che vivono di questo, invece per la burocrazia si deve chiudere. Adesso se ne è aperta un’altra al dettaglio da poco nella zona di Spinaceto sostenuta da una associazione, con tre nuclei familiari che ci lavorano. Ora si tratta di trovare clienti. Siamo andati al Comune, dal presidente del Municipio, per cercare una soluzione. Ma niente:

possibile che per un cavillo burocratico si chiuda tutto? È assurdo.

Eppure dei segni positivi ci sono: con le 8 parrocchie di una prefettura di Roma abbiamo aperto una casa che ospita da qualche mese 4 nuclei familiari di proprietà dei monaci delle Tre Fontane. Sono piccole esperienze ma vanno avanti. Se fossero fatti in forma più ampia potrebbero essere più produttivi e significativi. Basterebbe guardare anche ad altre nazioni. Tanti rom stanno scappando perché trovano una casa in Francia. Possibile che l’Italia debba essere sempre la Cenerentola d’Europa? Capisco che Roma è una città difficile e particolare ma è mai possibile?

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