Per una teologia della sinodalità

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Stefano Didonè

È passata quasi in sordina la pubblicazione dell’ultimo documento della Pontificia Commissione Teologica Internazionale dal titolo “La Sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”. Pur avendo ricevuto il parere favorevole per la pubblicazione da Papa Francesco il 2 marzo 2018, dello studio è stata data notizia solo ai primi di maggio. Complice l’arrivo dell’estate, di fatto l’ultima fatica di questa Commissione non ha ricevuto la giusta attenzione. Con i suoi 121 numeri distribuiti in quattro capitoli, preceduti da una sintetica introduzione e completati da una breve conclusione, questo agile testo presenta un elaborato studio sulla sinodalità e sul rinnovamento sinodale della vita ecclesiale. Come per altri documenti delle Commissioni vaticane, si tratta di un lavoro che ha il pregio di fare chiarezza su un tema specifico, ma rischia di restare appannaggio degli addetti ai lavori, senza toccare di fatto la vita dei credenti e delle comunità cristiane. Trattandosi, però, di un tema rispetto al quale il cammino sinodale che diverse diocesi stanno vivendo rende più sensibili, la lettura integrale, o almeno parziale, del documento può aiutare a collocare il percorso delle nostre Chiese particolari nel contesto più ampio della Chiesa universale.

foto SIR/Marco Calvarese

Un medesimo sentire

Già nell’ottobre 2015, nella commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi da parte del Beato Paolo VI, Papa Francesco aveva affermato che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Questo documento si pone l’obiettivo di offrire le ragioni teologiche di tale ardita dichiarazione programmatica, in cui la sinodalità si presenta come “dimensione costitutiva” della Chiesa. Per rendere ragione di questa affermazione, lo studio cita anzitutto le felici espressioni di san Giovanni Crisostomo quando presenta la Chiesa come popolo di Dio che cammina insieme (syn-odos), in quanto assemblea convocata per rendere lode a Dio come “un coro, una realtà armonica dove tutto si tiene (sys-thema)” e coloro che la compongono convergono nel medesimo sentire (omo-noia). Il termine greco synodos viene tradotto in latino con i termini synodus o concilium, che, nell’uso profano, indicano un’assemblea convocata dalla legittima autorità. Solo negli ultimi decenni si è arrivati ad utilizzare un sostantivo che la Commissione definisce “di nuovo conio” (n. 5), cioè “sinodalità”. Nel quadro dell’ecclesiologia del Popolo di Dio del Concilio Vaticano II, il termine vuole indicare “il modus vivendi e operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla missione evangelizzatrice” (n. 6).

Nell’intento di cercare quelle che il testo definisce “le fonti normative” (n. 11) della sinodalità, gli autori risalgono alla chiamata di Abramo (cfr. Gn 12,1-3), interpretata in chiave di “convocazione”. La convocazione di Abramo, e poi del popolo di Dio nel deserto, diventa “la forma originaria in cui si manifesta la convocazione sinodale del Popolo di Dio” (n. 13). La Pasqua di Gesù rende possibile vivere e camminare insieme nella vita nuova dello Spirito, di cui gli scritti del Nuovo Testamento attestano la fecondità. La galleria di Padri citati nel testo (da Ignazio di Antiochia a Cipriano di Cartagine e Clemente Romano) mostra lo sviluppo della prassi sinodale nel primo millennio, segnalando come “la sinodalità si dispiega all’inizio quale garanzia e incarnazione della fedeltà creativa della Chiesa alla sua origine apostolica e alla sua vocazione cattolica” (n. 24). L’ultima parte del primo capitolo si concentra sinteticamente sul secondo millennio, ricordando le “voci profetiche” (n. 38) di J. A. Möhler, A. Rosmini e J. H. Newman per quanto riguarda la tradizione cattolica, senza dimenticare la prassi sinodale realizzata nelle Chiese riformate e nella Comunione anglicana.

foto SIR/Marco Calvarese

Comunione e sinodalità

Ma è nel secondo capitolo (“Verso una teologia della sinodalità”), che si trovano i passaggi più interessanti del documento. I fondamenti teologali della sinodalità vengono fatti risalire al mistero della Chiesa quale forma di partecipazione alla vita di comunione trinitaria, come affermato nei primi numeri della Lumen gentium (nn. 2-4): “Nell’esercizio della sinodalità si traduce infatti in concreto la vocazione della persona umana a vivere la comunione che si realizza, attraverso il dono sincero di sé, nell’unione con Dio e nell’unità coi fratelli e le sorelle in Cristo” (n. 43). Ma questo è possibile solo grazie all’azione dello Spirito che lavora nei cuori. La radice sacramentale della sinodalità si trova nell’Eucaristia: “La sinodalità ha la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione liturgica e in forma singolare nella partecipazione piena, consapevole e attiva alla sinassi eucaristica” (n. 47). Nell’Eucaristia, in quanto sorgente e paradigma della comunione, viene plasmato quello che il testo definisce come “affetto sinodale” (n. 109), condizione necessaria per ogni esercizio di discernimento. La dimensione sinodale è costitutiva, in quanto espressione dell’ecclesiologia di comunione a servizio della missione: “La vita sinodale testimonia una Chiesa costituita da soggetti liberi e diversi, tra loro uniti in comunione” (n. 55). È una Chiesa “partecipativa e corresponsabile” (n. 67), ciascuno secondo la propria vocazione e con “una distinzione di compiti nella reciprocità della comunione” (n. 69). Ciò comporta un modo di intendere l’autorità come servizio e la partecipazione alla formazione delle decisioni in spirito di docilità.

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