Damiano Tommasi (Aic): “i tanti campionati europei stanno vivendo una crisi di competitività allargata”

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Riccardo Benotti

Mentre la Francia festeggia la vittoria sotto l’Arco di Trionfo e la Croazia accoglie con giubilo il ritorno in patria della nazionale guidata da Zlatko Dalic, è tempo di tirare le somme di un Mondiale che “che fin da subito ha fatto vedere che c’era spazio per tutti e che tutti potevano sognare”. È Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori e campione d’Italia nel 2001 con la Roma, a raccontare le impressioni di una competizione che ha visto un grande assente come non accadeva dal 1958.

È stato un Mondiale triste senza l’Italia?
Purtroppo sì, lo abbiamo potuto seguire tutti in maniera rilassata senza il patema di dover uscire anzitempo e vedere sconfitta la propria squadra. Ma c’è stato tanto gioco e divertimento, con alcune nazionali che hanno ambito alle posizioni più importanti. Basti pensare alla Croazia, alla Svezia o, a suo modo, all’Inghilterra. 

Il calcio europeo ha fatto la parte da leone, seguito da quello sudamericano. Asia, Africa e Stati Uniti continuano a mancare all’appello…
Il Mondiale è una competizione in cui la storia pesa e l’esperienza conta più del resto. Questo lo si avverte in campo. Dovrebbero riflettere anche i dirigenti dei vari campionati nazionali. Quando c’è equilibrio aumenta lo spettacolo, mentre i

tanti campionati europei stanno vivendo una crisi di competitività allargata.

Forse ad eccezione della Spagna, dove nonostante la presenza di Barcellona e Real Madrid i punti di distacco sono in generale di meno rispetto alle altre squadre. Quando il distacco cresce, lo spettacolo ne risente.

Si è dibattuto molto dei calciatori di origine straniera in nazionale. Tra le quattro semifinaliste, ad esempio, Francia e Belgio vantavano un numero importante di giocatori nati e cresciuti nel Paese ma di famiglie provenienti da altre nazioni.
Perché in Francia ci si preoccupa di chi sono i genitori di Mbappé e non quelli di Lloris o Pavard?

Conta dove si nasce, è questo il futuro del calcio e del mondo.

Griezmann si è presentato in conferenza con la bandiera dell’Uruguay sulle spalle, i calciatori croati hanno vissuto sulla loro pelle la disgregazione di un Paese dove fino al 1990 giocavano tutti sotto la stessa bandiera. Non si deve dare un senso politico a una partita, ma nemmeno cercare i pro e i contro nelle origini di ciascuno di noi. Si vive e si cresce nel Paese dove si nasce, e chiunque si sposta da giovane trova la sua dimensione nel Paese in cui si inserisce. Credo sia questo il bello dello sport.

Tornando in casa nostra. Che stagione di Serie A dobbiamo aspettarci?
Quando a un Mondiale quattro semifinaliste possono a ragion veduta competere per la vittoria finale, vuol dire che si sta offrendo uno spettacolo.

Davide che batte Golia può generare spettacolo, ma credo che sia importante allargare la competitività.

Non bastano soltanto i grandi campioni in campo. Nonostante la capacità della Juventus di creare sempre una squadra competitiva e un ambiente che tende ad alzare l’asticella, mi auguro che lo zoccolo duro di squadre che l’anno scorso ha fatto bene – Roma, Napoli e Inter – possa essere ancora più competitivo.

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