Monache Clarisse: “siamo chiamati ad annunciare: la pace, la salvezza, la misericordia, l’amore, la verità, la giustizia”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

Il profeta Amos viene zittito da Amasia, sacerdote del santuario di Betel, perché sta profetizzando la fine del regno e del re attualmente in carica e l’esilio del popolo «lontano dalla sua casa».
Viene zittito perché annuncia cose e situazioni negative e infauste, giorni di sofferenza e di dolore.
Viene invitato ad andarsene, ad allontanarsi da Giuda, per il semplice fatto di aver palesato le possibili conseguenze della rottura, da parte del popolo, dell’alleanza con Dio.
Amos non parla per sé, ma come dice lui stesso: «Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele». Egli non è un «profeta, né figlio di profeta». E’ un mandriano e coltivatore di piante di sicomoro e il Signore, proprio da questa quotidianità, lo sceglie per annunciare la sua Parola, per indirizzare il suo popolo, per metterlo in guardia da quanto lo scegliere la morte piuttosto che la vita, il male piuttosto che il bene potrebbe causare. E’ un uomo chiamato dal quotidiano per parlare al quotidiano di ogni uomo…così come ha fatto Gesù con gli apostoli: «…chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri». Amos e gli apostoli non sono indovini, guaritori, maghi o persone dotate di poteri paranormali, ma uomini a cui è data la possibilità e la capacità di intervenire in tutte quelle situazioni in cui vogliamo fare da soli, raggiungere gli obiettivi a prescindere dalla relazione con Dio e con chi ci è accanto.
Amos e gli apostoli sono il segno concreto di un Dio che vuole arrivare a tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra, e vuole farlo non da solo ma insieme alle persone che lo circondano!
«…a due a due…»: Gesù considera un valore maggiore la testimonianza dell’essere in comunione che non la bravura del raccontare, perché la misura della verità delle nostre parole passa sempre attraverso l’autenticità di quello che sperimentiamo. E, ancora, come leggiamo in un altro passo della Scrittura, tratto dal libro di Qoelet, «meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto!».
E cosa siamo chiamati ad annunciare? Come canta il salmista, la pace, la salvezza, la misericordia, l’amore, la verità, la giustizia. Tutto questo non perché siamo a servizio di Dio, così come servi e schiavi non lo sono Amos, gli altri profeti, gli apostoli, ma perché, come scrive San Paolo nella lettera agli Efesini, siamo figli, protagonisti del progetto di amore, di grazia, di benevolenza, di santità di Dio per ciascun uomo; «…siamo stati fatti eredi, predestinati a essere lode della sua gloria», a cantare, cioè, i prodigi che il Signore opera nella nostra vita e nella vita dei fratelli, a seguire i suoi passi che tracciano il cammino, a farci cammino sulla via dell’Amore.

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