L’Unione europea è sempre stata una comunità di solidarietà

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Christoph Schönborn

Il 1° luglio 2018, l’Austria ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea come prevede la turnazione. Molte persone si sentono oggi minacciate dagli sviluppi e dagli sconvolgimenti globali: si possono citare l’ormai innegabile cambiamento climatico, le trasformazioni strutturali nel mondo del lavoro, la crescente disuguaglianza sociale, l’invecchiamento della popolazione in Europa. Molti temono un declino sociale e si attendono dalla politica protezione e sicurezza.

In questo contesto, il governo federale austriaco ha posto la sua presidenza sotto il motto “Un’Europa che protegge”. Dipenderà dai responsabili se questo motto sarà in grado di dare alle forze politiche e sociali la capacità di eliminare le paure e risolvere le questioni aperte.

Per quanto importanti possano essere lo sviluppo e la trasformazione economica dell’Unione europea, un’Europa che protegge deve tenere d’occhio la dimensione sociale.

Vale a dire una buona preparazione dei giovani a un mercato del lavoro mutato, condizioni di lavoro eque e dignitose e un salario adeguato, sicurezza sociale per malattia e disoccupazione, così come pensioni sufficienti per gli anziani. Vi sono ancora regioni e porzioni della popolazione nell’Ue colpite da evidente povertà. I programmi europei di finanziamento possono aiutare a superare la migrazione per povertà, fermare la tratta di esseri umani e consentire una vita dignitosa.

Tuttavia, “Un’Europa che protegge” non vale solo per chi vive nell’Ue, ma anche per chi è personalmente vittima di persecuzione o la cui vita è minacciata e quindi cerca rifugio nell’Ue. Protezione significa non solo accogliere queste persone negli Stati membri dell’Unione europea e procedere con un esame adeguato delle domande di asilo, ma soprattutto integrare coloro che hanno già ottenuto asilo.

L’integrazione deve iniziare dal primo giorno e portare le persone al centro della società.

Ringrazio tutti coloro che si impegnano per questo e così compiono un servizio al bene comune. Dalla presidenza austriaca del Consiglio mi auguro passi concreti verso un sistema comune di asilo dell’Ue. C’è bisogno di una strategia politica coerente per arginare i numerosi conflitti regionali, causa principale dei movimenti di rifugiati. Sono necessarie misure per compensare l’ingiustizia economica che riduce interi Stati in miseria. Molto più di prima, si deve fare in modo che le persone al di fuori dell’Europa abbiano le opportunità per prendere in mano la propria vita. Il futuro dell’Europa non si decide lungo le vie di fuga, ma nei campi profughi in Medio Oriente e nelle regioni in crisi dell’Africa.

Forse la sfida politica europea più grande oggi è la conclusione dei negoziati sul ritiro del Regno Unito dall’Unione. In questa vicenda, si dovrebbero evitare le offese collettive e rendere possibile una nuova collaborazione. Anche quando il Regno Unito non sarà più un membro dell’Ue, resterà una parte importante e inseparabile dell’Europa.

Strettamente correlata all’uscita dalla Gran Bretagna è la discussione sul finanziamento e la riorganizzazione delle competenze tra l’Unione europea e i suoi Stati membri. La Presidenza austriaca del Consiglio desidera condurre questo dibattito sotto il titolo “sussidiarietà”, un principio della Dottrina sociale cattolica. Se posta nel contesto dell’Unione europea, implica il chiarire quali competenze sono meglio situate a livello degli Stati membri e quali sono più sensate a livello delle istituzioni dell’Unione europea. Allo stesso tempo, la riforma dell’Unione europea non deve perdere di vista un secondo principio, anch’esso cristiano: la solidarietà. L’Unione europea è sempre stata anche una comunità di solidarietà basata sull’equilibrio sociale ed economico tra i singoli Stati membri e le loro regioni al fine di rafforzare la stabilità sociale dell’Europa. Un’Unione europea “smagrita e meno costosa” potrebbe mettere a repentaglio questi risultati.

L’Austria ha dichiarato di volersi concentrare sulla stabilità nei Paesi del vicinato e in particolare nei Balcani occidentali, cioè l’ex Jugoslavia. Il governo condivide questa preoccupazione con i vescovi austriaci, che nella loro ultima assemblea plenaria hanno incontrato i vescovi della Bosnia-Erzegovina a Sarajevo. La futura adesione di questi Paesi è per molte persone una concreta prospettiva di speranza in una convivenza pacifica. Sono necessari ulteriori sforzi politici, economici e culturali per portare questi Paesi nell’Unione europea.​

I cristiani sono chiamati a collaborare secondo i criteri del Vangelo nel “cantiere dell’Europa”. Questa espressione dei vescovi austriaci di 24 anni fa, prima del referendum sull’adesione dell’Austria all’Unione europea, continua ad essere attuale. Questo impegno dovrebbe essere sostenuto e accompagnato dalla “Preghiera per l’Europa” del cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012), che raccomando in particolare ai fedeli in questo periodo della Presidenza austriaca del Consiglio.​

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