Etiopia-Eritrea: firmata dichiarazione fine guerra

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Michele Luppi

“Lo Stato di guerra che esisteva tra i due Paesi è giunto alla fine. Una nuova era di pace e amicizia è stata inaugurata”. Poche parole, racchiuse in un tweet, diffuso alle 11.57 di lunedì 9 luglio dal ministro per l’Informazione eritreo, Yemane Gebre Meskel. Ad accompagnarle una foto che ritrae il presidente eritreo Isaias Afewerki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed stringersi la mano, dopo aver firmato una dichiarazione congiunta.

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Oltre a porre fine allo stato di guerra, i due leader s’impegnano “a lavorare per promuovere una stretta cooperazione in campo politico, economico, sociale, culturale e di sicurezza”. Parole e immagini che passeranno alla storia perché mettono fine a un conflitto che dura da vent’anni. “La folla festante per le strade di Asmara all’arrivo del primo ministro etiope Abiy Ahmed, nella giornata di domenica 8 luglio, è il segno più evidente della sete di pace del popolo eritreo, del desiderio della gente di mettere fine a questa situazione di tensione, un clima di non guerra e non pace, che ha diviso due popoli tra loro vicini e fratelli”, racconta al Sir don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, fondatore e presidente dell’ong Habeshia, impegnato nell’accoglienza dei rifugiati eritrei in Europa, dopo essere lui stesso fuggito dal Paese e accolto come rifugiato in Italia.

Cosa ha significato per voi eritrei vedere le immagini della festa per le strade di Asmara?
Queste immagini mi ricordano il giorno dell’indipendenza, ma la storia ci ha insegnato a essere prudenti, a verificare i fatti compiuti e a non avere fretta. A causa di questa situazione di non guerra e non pace, seguita al conflitto del 1998-2000, si è instaurata in Eritrea una dittatura con posizioni rigide, libertà fondamentali sospese.

La speranza è che questa nuova stagione inneschi un cambiamento politico interno che restituisca libertà, diritti e dignità al popolo eritreo. Ma per questo servirà un lungo lavoro di riconciliazione perché la guerra ha diviso due popoli che sono vicini e, in certi tratti, anche fratelli.

I due leader hanno firmato una dichiarazione congiunta che pone fine allo Stato di guerra. Avrebbe mai immaginato, anche solo un anno fa, che si sarebbe arrivati a questo punto così in fretta? 
Quella che a molti è sembrata una svolta improvvisa, tanto improvvisa non è. Dietro l’incontro tra i due leader c’è un lavoro diplomatico lungo, fatto di contatti segreti. Credo che la vera svolta sia arrivata con la nomina del nuovo primo ministro etiope, Abiy Ahmed, che, fin dal suo insediamento, ha mostrato un’attitudine diversa, un atteggiamento di apertura sincero.

C’è chi legge dietro questa svolta anche grandi motivazioni economiche. Da un lato, un Paese, l’Eritrea, che ha bisogno di rompere l’isolamento internazionale, dall’altro, l’Etiopia, che guarda ai porti eritrei per rafforzare il proprio sviluppo…
L’interesse economico ha giocato un ruolo chiave in questo conflitto fin dall’inizio. Nessuno credeva realmente che la causa della guerra fosse davvero un problema di demarcazione di confini. Credo vi fosse più un problema di carattere economico, geopolitico e di equilibri regionali. Certamente entrambi i Paesi hanno ora da guadagnare dalla pace: l’Eritrea per continuare ad uscire dall’isolamento dopo aver già stretto intese con Arabia Saudita, Egitto, Israele ed essere entrata nell’Alleanza anti-terrorismo voluta da Ryad. E, in modo maggiore, l’Etiopia che, grazie ai porti eritrei, potrà esportare le proprie merci senza passare dal piccolo Stato di Gibuti che oggi è ingolfato.

Proprio il conflitto con l’Etiopia è stato alla base di una serie di decisioni in senso autoritario da parte del presidente Afwkeri come i lunghi tempi della leva militare. Pensa che ora la situazione possa realmente cambiare?
Per noi eritrei questa pace può avere senso solo se porta cambiamenti interni sul piano dei diritti civili, umani, di libertà. Venendo meno i motivi per cui il Paese è stato militarizzato spero che, gradualmente, i ragazzi possano tornare alla loro vita civile: a lavorare la terra e a contribuire alla prosperità del Paese. Questa è la nostra speranza, ma non credo sarà qualcosa di immediato e non potrà seguire la velocità di questi ultimi avvenimenti. Una domanda resta ancora senza risposta:

l’attuale potere costituito avrà la volontà di cambiare le cose?

Dall’Eritrea provengono anche molti dei profughi arrivati in Europa negli ultimi anni. Cosa potrà cambiare oggi nei rapporti tra la diaspora eritrea e il Paese d’origine?
In tanti sperano che, dopo la pace, il governo decida di concedere un’amnistia generale anche per chi è considerato disertore a causa della fuga dal Paese per motivi politici, etnici e religiosi. Serve una riconciliazione nazionale che possa permettere a tutti di tornare, visitare la propria famiglia e contribuire alla crescita del Paese. Sono queste la speranza e la preghiera di molti eritrei in diaspora.

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