In Bolivia il V Congresso americano missionario dedicato alla gioia del Vangelo

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Bruno Desidera

Per la Chiesa del continente americano è il più grande evento ecclesiale, che viene vissuto unitariamente, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, ogni quattro o cinque anni: si tratta del Congresso americano missionario (Cam). A Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, sta per iniziare il quinto Congresso, a partire dal 1999, il decimo se si contano anche i precedenti Congressi missionari latinoamericani promossi solo dalle Chiese dell’America Latina (i Comla) a partire dal 1977, su ispirazione delle Pontificie opere missionarie.

Quasi 3mila partecipanti. Numeri imponenti, quelli del Congresso di Santa Cruz, i cui lavori iniziano oggi e proseguiranno fino al 14 luglio, sul tema: “America in missione, il Vangelo è gioia!”. 1.200 delegati nazionali, provenienti da tutte le diocesi della Bolivia; 1.100 delegati internazionali, di 25 Paesi; 400 organizzatori e volontari; 80 invitati speciali; una delegazione folta di 45 persone, con 5 vescovi, dagli Usa; 95 tra vescovi e cardinali, tra cui l’inviato di Papa Francesco, il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. “L’obiettivo di questi congressi è quello di precisare sempre meglio il cammino missionario della Chiesa in tutto il continente americano, rafforzando di volta in volta alcuni aspetti – spiega al Sir dalla Bolivia mons. Eugenio Scarpellini, vescovo di El Alto e tra i principali organizzatori del Congresso in qualità di direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie -.

Per la Chiesa del nostro continente è un grande evento secondo forse solo ai convegni decennali, come quello di Aparecida.

Ci arriviamo dopo un cammino di preparazione durato quattro anni. Papa Francesco ha composto direttamente la preghiera che ci guida e ci ispira”.

Missione, profezia, riconciliazione per tutta l’America. Tra i temi forti del Cam di Santa Cruz de la Sierra, spiega mons. Scarpellini, “sottolineo quello della gioia, presente nel titolo del convegno. È la gioia delle Beatitudini, presente anche nelle situazioni di sofferenza. Altro punto, a mio avviso importante, è il nesso tra missione e dimensione profetica della Chiesa, chiamata a farsi presente nella società americana. La missione della Chiesa crea un mondo nuovo e relazioni rinnovate. Ancora,

il rapporto tra missione, comunione e riconciliazione.

Una vera e propria urgenza, pensando alle ferite sociali che si vivono in molti Paesi del nostro continente. Infine, il Congresso penserà a proposte e modalità di invio di missionari”. L’America, storicamente, vive una duplice tensione tra l’essere terra di missione e il sentirsi chiamata a partecipare alla missio ad gentes. “Ci interrogheremo in particolare su nuove forme di cooperazione missionaria – prosegue mons. Scarpellini -, su come soddisfare l’attenzione che ci viene richiesta da altri Paesi e continenti e al tempo stesso guardare alle nostre realtà dove c’è necessità di evangelizzazione profonda. È necessaria la cooperazione missionaria”.

Sfida missionaria e legame con il Sinodo per la Panamazzonia. Su questa dimensione riflette con il Sir anche mons. Mario Antonio Cargnello, arcivescovo di Salta e presidente del dipartimento Missione e spiritualità del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): “Il nostro continente ha soprattutto ricevuto la missione. Ora siamo chiamati ad allargare gli orizzonti, una grande sfida che ci sta maturando. Certo, ci sono molti passi da fare, a partire dal nostro continente, dove sono ancora tanti i vicariati apostolici, cioè zone considerate terra di missione”. Molti di questi si trovano in Amazzonia ed è perciò “forte – riflette mons. Cargnello – il legame tra questo evento ecclesiale e il Sinodo per la Panamazzonia del prossimo anno.

L’Amazzonia esige una forte sfida missionaria.

Ma non mancano altre zone dove questa esigenza è presente, penso ad esempio alla grande regione del Chaco, condivisa tra Paraguay, Bolivia e nord dell’Argentina”.
Il Congresso americano missionario di Santa Cruz sarà anche l’occasione per riprendere in mano la “Missione continentale”, lanciata al convegno latinoamericano di Aparecida: “Si è un po’ perso il fervore iniziale. È stata portata avanti la ‘missione paradigmatica’, con alcuni eventi particolari, meno la ‘missione programmatica’. In ciascuna parrocchia e in ciascuna diocesi si dovrebbe mostrare il volto di una Chiesa missionaria, attraverso quella conversione pastorale chiesta dall’Evangelii Gaudium”.

Una storia iniziata… a Bergamo. Torniamo a mons. Scarpellini, che si trova a vivere questo Congresso con un animo particolare, come del resto mons. Sergio Gualberti Calandrina, “padrone di casa” in quanto arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra. Mons. Scarpellini e mons. Gualberti sono infatti due dei tre vescovi (l’altro è mons. Eugenio Coter, vicario apostolico di Pando) alla guida di diocesi boliviane originari della Chiesa di Bergamo. Fu papa Giovanni XXIII, di fronte alle difficoltà della Chiesa boliviana povera di vocazioni, a far intervenire in Bolivia la sua diocesi d’origine. “All’epoca- spiega il vescovo di El Alto – siamo stati coinvolti nell’attività della Chiesa locale, per rafforzare le strutture pastorali, e ci siamo trovati a essere proposti come vescovi. Oggi ho la gioia di vedere nominato vescovo ausiliare un giovane, sacerdote, mons. Giovani Arana, cresciuto al Seminario di La Paz. Ormai metà della Conferenza episcopale è formata da vescovi boliviani, è un fatto molto bello”. Il direttore nazionale Pom è soddisfatto anche di come la Chiesa boliviana ha preparato questo congresso: “La croce missionaria ha fatto il giro di tutte le parrocchie, ogni diocesi ha vissuto un Congresso missionario, ci sono stati momenti per sacerdoti, laici, religiosi, giovani… simposi nazionali e internazionali. Ed è stata approfondita la figura della beata Nazaria de Santa Teresa March Mesa, suora missionaria che sarà canonizzata il prossimo 14 ottobre”.

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