Monache Clarisse: “abbiamo, a volte, così poca fede/fiducia che impediamo avvengano miracoli”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?».

Gli abitanti di Nazareth sono scandalizzati di fronte a Gesù, di fronte a quel loro conterraneo che hanno visto crescere in mezzo a loro, di cui conoscono tutto e che, ora, parla come un sapiente e opera miracoli…lui di cui conoscono i familiari, lui semplice falegname di un villaggio insignificante della Galilea.

Non può, d’altro canto, presentarsi così un profeta, un uomo di Dio: dov’è la forza? Dov’è la regalità? Dov’è la potenza?

Dice Gesù a San Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Dio ha preso carne umana scegliendo di manifestarsi nella quotidianità e nella banalità di ogni piccolo giorno. Scandalizza la prossimità di Dio, l’umanità di Gesù: eppure è proprio questa la Buona Notizia del Vangelo, Dio ha un volto d’uomo, il Logos la forma di un corpo.

Quante volte preferiremmo un Dio forte, risolutivo, decisionista, interventista, in grado di risolvere situazioni, problemi, intoppi, indecisioni, perplessità, un Dio, cioè, in grado di bypassare i limiti e le miserie della nostra umanità. E lo invochiamo un Dio così, perché ci sembra la soluzione migliore per la nostra vita e la vita degli altri.

E ci troviamo anche noi, come gli abitanti di Nazareth, a stupirci, scandalizzarci, indignarci di fronte ad un Dio povero per i poveri, debole per i deboli, perseguitati per i perseguitati.

Continua San Paolo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole è allora che sono forte».

Le debolezze di Paolo rientrano proprio nella logica paradossale del nostro Dio, un Dio che rivela la sua onnipotenza nell’impotenza estrema del crocifisso.

Compreso questo, Paolo giunge addirittura a vantarsi «molto volentieri» delle sue debolezze e delle sofferenze vissute a motivo di Cristo. Umanamente parlando non ci sarebbe affatto da inorgoglirsi, eppure Paolo è consapevole che, quanto più il credente non conta su di sé e sulle proprie forze, tanto più diventa strumento che lascia risplendere nitidamente la presenza di Dio.

Se non abbracciamo questa nostra umanità, proprio come ha fatto il Signore, lo riduciamo all’impotenza.

Scrive Marco nel suo Vangelo: «E lì non poteva compiere nessun prodigio…». Gesù, a Nazareth, non può agire, non può neanche fare il bene, perché manca anche il più piccolo briciolo di fede: «E si meravigliava della loro incredulità». Così avviene anche per noi: abbiamo, a volte, così poca fede/fiducia che impediamo avvengano miracoli e, anche se questi avvengono, non li riconosciamo, perché siamo sempre in attesa dello straordinario, del sensazionale, di tutto ciò che va oltre! Apriamo il cuore e la mente all’azione dello Spirito, poniamoci in ascolto della Parola, di Colui che ci parla, così come ha fatto il profeta Ezechiele. Con la sola certezza: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

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