Citare non basta servono fatti. Livatino, Weil, rosario: doveri di coerenza per Salvini

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Da Avvenire, di Antonio Maria Mira

Un classico e molte new entry nelle citazioni di Matteo Salvini domenica a Pontida. Il Rosario, già più volte mostrato o evocato dal leader leghista e vicepremier, è stato ancora una volta esibito come un talismano su cui giurare. Nuovi, invece, i riferimenti a Rosario Livatino, Simone Weil, Adriano Olivetti e perfino Walt Disney. Ottimi riferimenti, ma non un tanto al chilo, e solo per quel che serve.

Citare almeno i primi tre implicherebbe conoscerli bene, sapere della loro vita, dei loro valori, di quello che hanno fatto e scritto. Proprio come per il Rosario che non è solo un “oggetto” religioso. «La preghiera del Rosario – continua a spiegarci papa Francesco – è per molti aspetti la sintesi della storia della misericordia di Dio che si trasforma in storia di salvezza per quanti si lasciano plasmare dalla grazia».

E non era un caso che sul comodino del giudice Rosario Livatino (un nome che non è solo una coincidenza) dopo la sua drammatica morte sia stato trovato proprio un Rosario assieme alla Bibbia. Certo, ha ragione Salvini a ricordare che «ha combattuto la mafia non solo a parole» e che «non andava in tv, non faceva interviste sui giornali». È evidente l’intenzione polemica con Roberto Saviano, anche se il confronto tra un magistrato e uno scrittore sembra fuori tema. Ed è esatto che il “giudice ragazzino” ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 non amava, per carattere e per scelta, il palcoscenico. Ma Livatino non viveva da recluso né nascondeva le sue idee, sia nell’Azione cattolica sia negli incarichi nell’Anm, e soprattutto nei pochi testi scritti che ci ha lasciato. Testi di più di trenta anni fa, ma attualissimi e la cui lettura consigliamo vivamente al leader del Carroccio. Ci troverà riflessioni e consigli che gli potrebbero essere molto utili nel suo attuale impegno di ministro dell’Interno.

«La giustizia – scriveva il giovanissimo magistrato – è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio». Parole incarnate in gesti concreti. Così andava all’obitorio a pregare accanto al cadavere di mafiosi uccisi, alcuni dei quali aveva giudicato. E in un caldissimo Ferragosto andò personalmente a portare in carcere il mandato di scarcerazione per un recluso. E quando all’ufficio matricole si stupirono, lui rispose semplicemente: «All’interno del carcere c’è una persona che non deve restare neanche un minuto in più». Già, «una persona», dice il magistrato, malgrado non si trattasse di uno stinco di santo. In fondo cosa può essere un giorno in più in cella per uno così… No, pensa Livatino e da solo (è vero, ministro, non aveva voluto la scorta, ma ora le regole sono cambiate e non è possibile rinunciare) si recò in carcere perché doveva occuparsi di “una persona”. Non un numero da “censire”, o magari da tener lontano dai nostri porti.

Livatino prega per i mafiosi e va a liberare i carcerati. Giustizia e carità. Lontano da difese violente anche se legittime (o così definite). Proprio nel Padre Nostro, mentre recitiamo il Rosario noi come Livatino preghiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Parole impegnative, che secoli di devozione e di spiritualità hanno incollato a quei grani che scorrono tra le nostre dita. Parole di misericordia e di speranza. Da uomini e donne di misericordia e speranza. Bene citarli, dunque, ma non basta.

Salvini cita poi, a proposito di migranti, una frase di Simone Weil sul fatto che «i doveri vengono prima dei diritti», ma gli sarebbe utile leggere anche altro. «Gli sventurati non hanno bisogno d’altro, a questo mondo, che di uomini capaci di prestar loro attenzione. La capacità di prestare attenzione a uno sventurato è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano».

Già, non basta esibire come un talismano il Rosario dicendo che è «confezionato da una donna sfruttata, da una di quelle donne illuse che in Italia c’era il Bengodi. Era una donna nigeriana, ma poteva essere italiana o di qualsiasi altra nazionalità». Giusto. Ma sicuramente i clienti erano italiani. Non è forse la Lega a voler reintrodurre le “case chiuse”? Mentre altre case, di suore e laici, si aprono all’accoglienza di queste donne sfruttate. Servono fatti, non (solo) citazioni. Se verranno, saranno benvenuti. Se non verranno, le citazioni saranno un boomerang.

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