Monache Clarisse: “questi anni terreni sono “solo” un pezzetto di quella eternità che il Signore ci ha chiamato a vivere”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

Gesù è sulle rive del lago di Tiberiade; c’è tanta gente attorno a lui, tanta folla che lo accerchia, lo stringe, lo tocca.
«Chi ha toccato le mie vesti?»: è la domanda che Gesù si pone in un preciso istante. «I suoi discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: Chi mi ha toccato?”».
I discepoli sembra che deridano il loro Maestro, quasi non si rendesse conto della confusione attorno a Lui.
Ma Gesù “cerca” un tocco ben preciso, un tocco in grado di far uscire da Lui una forza particolare.
E’ il tocco di una donna malata da dodici anni, una malattia – perdita continua di sangue – che la pone in uno stato di impurità, fino a relegarla ai margini della società.
Una malattia che la rende intoccabile, inavvicinabile, che le ha fatto perdere qualsiasi dignità: il sangue, per gli ebrei, è simbolo della vita, perdere sangue è perdere la vita, venire in contatto con chi perde sangue rende impuri!

Una donna, però, che è convinta che, colui al quale vuole toccare le vesti, non è un uomo qualunque ma è il Dio della vita, quel Dio, come leggiamo nella prima lettura tratta dal Libro della Sapienza, che «non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi», quel Dio che «ha creato tutte le cose perché esistano» e per il quale «le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte». E’ questa la certezza della donna che “permette” a Gesù di riconoscere il suo tocco tra quelli dei tanti uomini e delle tante donne che lo stringono senza però riconoscere, senza desiderare, senza prendere forza da Lui!

La solitudine vissuta, la sofferenza provata, la fatica, la disperazione, il suo desiderio di guarire sicuramente più forte della legge, della cultura, della tradizione, hanno permesso alla donna di toccare il Maestro e guarire. Ed il risultato è che Gesù “contamina” la donna con la sua Vita…senza necessità di dire nulla, di fare nulla!

E’ così anche per Giairo, uno dei capi della sinagoga, che cerca Gesù, «gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”». Un uomo, Giairo, che spinge, trascina il Signore della Vita a casa sua perché riporti la vita!

«Talità kum»: fanciulla, io ti dico, alzati! Gesù si rivolge così alla figlia di Giairo, così come “alzati” lo dice alla donna emorroissa, così come “alzati” dice a ciascuno di noi! E’ lo stesso verbo che, nella Scrittura, viene utilizzato per indicare la resurrezione. Anche Gesù è passato attraverso il dolore, la sofferenza, la morte, anche a Lui il Padre si è rivolto con un “Alzati!”, risorgi, torna alla vita. E’ una certezza per la quale Gesù ci dice: «Non temere, soltanto abbi fede!».

Lui ha sperimentato per primo questo affidamento al Padre: anche se le nostre sofferenze, la malattia, la morte, il non senso, il senso di colpa, i nostri limiti sembrano soffocare e vincere la nostra esistenza, Gesù si presenta, e noi per fede crediamo che sia tale, come il Signore della Vita.

Crediamo che questi anni terreni siano parte e siano “solo” un pezzetto di quella eternità che il Signore ci ha chiamato a vivere, ci sta chiamando a vivere…e con questa consapevolezza, ogni giorno, continuiamo a vivere!

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