Papa Francesco ai nuovi cardinali: “autorità” è servizio, no a “intrighi di palazzo”

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M.Michela Nicolais

Nella Chiesa, “l’unica autorità credibile è quella che nasce dal mettersi ai piedi degli altri per servire Cristo”. Nel suo quinto Concistoro in cinque anni di pontificato, prima di consegnare la berretta ai 14 nuovi cardinali Papa Francesco ha spiegato loro il significato autentico del termine “autorità” e del processo di riforma della Chiesa. “Accompagnare e accogliere tutti e ciascuno”, senza trasformarsi “in ottimi respingenti”, l’imperativo, unito all’invito a stare lontani da “intrighi asfissianti di palazzo, anche nelle curie ecclesiastiche”. Prima i poveri, ripete il Papa, esortando ancora una volta a “servire Cristo nel popolo fedele di Dio” e citando una parte del testamento di San Giovanni XXIII, nato povero e lieto di morire povero.

 “Ricerca dei primi posti, gelosie, invidie, intrighi, aggiustamenti e accordi; una logica che non solo logora e corrode da dentro i rapporti tra loro, ma che inoltre li chiude e li avvolge in discussioni inutili e di poco conto”. Così il Papa mette in guardia da “certi segreti del cuore dei discepoli”, narrati da Marco nel suo Vangelo, che possono essere considerati paradigmatici ancora oggi. “Gerusalemme rappresenta l’ora delle grandi determinazioni e decisioni”, ricorda utilizzando uno dei verbi che ama di più – “primerear” – per descrivere lo stile del Figlio di Dio in mezzo ai suoi.

“A che serve guadagnare il mondo intero se si è corrosi all’interno? A che serve guadagnare il mondo intero se si vive tutti presi da intrighi asfissianti che inaridiscono e rendono sterile il cuore e la missione? In questa situazione – come qualcuno ha osservato – si potrebbero già intravedere gli intrighi di palazzo, anche nelle curie ecclesiastiche”.

È il parallelo tra il tempo degli apostoli e i nostri tempi. “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”, il mandato controcorrente di Gesù. No, allora, alle “discussioni sterili e autoreferenziali”, sì invece alla capacità di “recuperare il meglio che c’è” in sé stessi per “non lasciarsi rovinare e imprigionare da logiche mondane”.

“Quando ci dimentichiamo della missione, quando perdiamo di vista il volto concreto dei fratelli, la nostra vita si rinchiude nella ricerca dei propri interessi e delle proprie sicurezze. E così cominciano a crescere il risentimento, la tristezza e il disgusto. A poco a poco viene meno lo spazio per gli altri, per la comunità ecclesiale, per i poveri, per ascoltare la voce del Signore. Così si perde la gioia e il cuore finisce per inaridirsi”, l’analisi del Papa, che illustra cosa significa, in senso profondo e squisitamente evangelico, riformare la Chiesa.

“Gesù ci insegna che la conversione, la trasformazione del cuore e la riforma della Chiesa è e sarà sempre in chiave missionaria, perché presuppone che si cessi di vedere e curare i propri interessi per guardare e curare gli interessi del Padre”, il monito di Francesco: “La conversione dai nostri peccati, dai nostri egoismi non è e non sarà mai fine a sé stessa, ma mira principalmente a crescere in fedeltà e disponibilità per abbracciare la missione”. “Accompagnare e accogliere tutti e ciascuno”, l’imperativo di ieri, di oggi e di sempre, per non trasformarsi “in ottimi respingenti, o per ristrettezza di vedute o, peggio ancora, perché stiamo discutendo e pensando tra di noi chi sarà il più importante”.

Nella Chiesa, “l’unica autorità credibile è quella che nasce dal mettersi ai piedi degli altri per servire Cristo”, le parole indirizzate ai nuovi cardinali al termine dell’omelia. Nella Chiesa, l’autorità “cresce con questa capacità di promuovere la dignità dell’altro, di ungere l’altro, per guarire le sue ferite e la sua speranza tante volte offesa”:

“Questa è la più alta onorificenza che possiamo ottenere, la maggiore promozione che ci possa essere conferita: servire Cristo nel popolo fedele di Dio, nell’affamato, nel dimenticato, nel carcerato, nel malato, nel tossicodipendente, nell’abbandonato, in persone concrete con le loro storie e speranze, con le loro attese e delusioni, con le loro sofferenze e ferite. Solo così l’autorità del pastore avrà il sapore del Vangelo e non sarà come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”. “Nessuno di noi deve sentirsi superiore ad alcuno”, l’ammonimento per tutti i porporati: “Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso. Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi”.

Il Papa ha concluso la sua omelia per il Concistoro citando, davanti ai cardinali riuniti nella basilica di San Pietro, una parte del testamento spirituale di San Giovanni XXIII, che porta la data del 29 giugno 1954 ma che secondo Bergoglio risuona attuale ancora oggi, soprattutto per chi ha l’incarico di servire la Chiesa. “Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato.  Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici”.

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