Don Vincent Ifeme parla dell’ecumenismo nella Chiesa locale e in quella universale

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Ricorre oggi la festa dei Santi Pietro e Paolo. Con la figura di San Pietro facciamo memoria del primato che il Vescovo di Roma ha su tutte le altre Chiese – un primato della carità come ha scritto Sant’Ignazio di Antiochia e come ha ricordato Papa Francesco appena fu eletto il 13 marzo 2013. La festa quest’anno cade a pochi giorni di distanza dalla visita di Papa Francesco al Consiglio Ecumenico delle Chiese che ha sede a Ginevra e la coincidenza è propizia per parlare di dell’ecumenismo e di come la figura del Papa sia oggi accettata nel dialogo ecumenico. Per fare ciò, abbiamo intervistato don Vincent C. Ifeme, Docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Redemptoris Mater di Ancona, Direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e amministratore parrocchiale della Chiesa San Lorenzo di Rotella, (AP) della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto.

Come è nata la sua “vocazione all’ecumenismo”?

Se si può parlare di una “vocazione all’ecumenismo”, diciamo che il mio interesse per l’ecumenismo nasce nei tempi di miei studi teologici nella Pontificia Università Urbaniana di Roma. Durante il biennio specialistico in Teologia Dogmatica, ricercando sull’essenza del Cristianesimo dopo aver letto l’Introduzione al Cristianesimo del Papa Emerito Benedetto XVI, mi sono trovato a scrivere la tesina su “Gesù Cristo il Riconciliatore nella Teologica di Karl Barth”. Come Lei sa, Barth è considerato il più grande teologo protestante del XX secolo. Questo interesse continuerà nella mia ricerca per la tesi di dottorato in teologia, dove ho scritto su “Gesù Cristo il Riconciliatore nella Prospettiva Trinitaria nella Teologia di Karl Barth vis-à-vis Hans Urs von Balthasar”. Balthasar dalla sua parte, è considerato il teologo più influente della teologia cattolica nell’ultimo secolo e un grande interlocutore cattolico di Barth. Dunque, confrontando queste due grandi tradizioni mi sono focalizzato sul “proprium” del cristianesimo – cristologia-trinitaria – come un locus theologicus per il dialogo ecumenico ed interreligioso.
Ho proseguito negli anni post-dottorato con alcuni network internazionali di ricerca su tema, con alcuni contributi pubblicati specialmente nel mondo anglofono.

Come è vissuto l’ecumenismo nella nostra diocesi e quali sono le iniziative ecumeniche in essa?

Con la creazione formale dell’Ufficio per l’Ecumenismo nella nostra diocesi circa 4 anni, abbiamo messo insieme, prima di tutto, una commissione diocesana di lavoro come membri dell’ufficio per l’ecumenismo diocesano. Sotto la guida del vescovo, con questa consulta e la collaborazione dei parroci, insieme con le diverse associazioni, stiamo cercando di sollecitare la coscienza ecumenica nella nostra chiesa locale.
Per esempio, durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e nella settimana di Pentecoste, ogni anno cerchiamo di dedicare più giornate per un dibattito/conferenza/incontro sull’ecumenismo, nonché la celebrazione ecumenica dove sono sempre rappresentate almeno 7 comunità cristiane diverse.
Inoltre, in collaborazione con la Scuola di Formazione Teologica Diocesana, teniamo un corso sull’Ecumenismo con l’intento di ridestare quale sia il senso intimo e profondo del cammino ecumenico, quali siano i suoi fondamenti dogmatici ed istituzionali, quale sia la sua portata missionaria per la Chiesa.

Possiamo anche anticipare in modo informale per ora l’uscita verso fine anno, nella prossimità della prossima settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019, un libretto sull’ecumenismo scritto da noi, in una fase di pubblicazione da una prestigiosa casa editrice. Questo contributo si pone come un opera originale ed agile destinata a tutti i fedeli (anche ai non addetti a lavoro) per spiegare cosa sia l’ecumenismo e per sollecitare all’impegno ecumenico della Chiesa partendo dalla base.

Qual è secondo lei il passaggio più significativo della visita di Papa Francesco al Consiglio Ecumenico delle Chiese?

Papa Francesco in continuità coi suoi predecessori, tiene accesso l’impegno ecumenico della Chiesa cattolica specialmente dall’impulso dato dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Ricordiamo che il santo papa Giovanni XXIII creò il Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani nel 1960 come una delle commissioni preparatorie del Concilio Vaticano II, costituito poi in dicastero permanente della Santa Sede dal suo successore, il beato Papa Paolo VI, dopo il Concilio nel 1968. Nel 1988 il santo Papa Giovanni Paolo II promosse il Segretariato facendolo diventare il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. La Chiesa cattolica, non facendo formalmente parte come Membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), ha comunque un ottimo rapporto di collaborazione con CEC proprio attraverso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
È da non dimenticare che il 10 giugno 1969, il beato Papa Paolo VI fece già una visita in persona al centro del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra dove ribadì che esiste la vera unità, anche se non perfetta, tra tutti i battezzati e, dunque, anche fra le chiese facenti parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese e la Chiesa cattolica. Il Santo Papa Giovanni Paolo II fece anche lui una visita nella stessa sede nel 1984.
Dunque Papa Francesco è in linea con la tradizione, ma il Santo Padre porta anche con questa sua visita il suo stile personale e la sua originalità di semplicità, essenzialità e concretezza nel cammino ecumenico. Papa Francesco dimostra ancora una volta che per lui, l’ecumenismo è una priorità e che è soprattutto sincero nella ricerca dell’unità fra i cristiani.
Papa Francesco nel suo discorso durante questa visita ha sottolineato che “camminare” è la metafora della nostra vita. Il cammino richiede la fatica, l’esercizio e la pazienza, ma è anche il compimento del nostro essere. Il cammino ecumenico si inserisce anche in questo processo esistenziale. Dunque, il cammino ecumenico portato avanti dal CEC, senza meramente essere ispirato dall’interesse umano, viene riconosciuto da Papa Francesco come opera dello Spirito Santo. Camminare nello Spirito significa rigettare la mondanità; significa scegliere un modo di pensare al servizio e alla crescita e al perdono. Si cammina insieme, non per interesse di parte, ma insieme nello Spirito Santo verso Gesù Cristo, l’unico garante della nostra unità.

A che punto è il cammino ecumenico sulla dottrina del primato papale?

La questione del primato papale o meglio primato petrino è un nodo cruciale nel cammino ecumenico specialmente dal punto di vista degli altri cristiani.

Si ricorda che il beato Papa Paolo VI nella enciclica Ecclesiam Suam, al numuero 62, dopo aver difeso la necessità dell’ufficio del primato di onore e di giurisdizione del vescovo di Roma per l’unità della Chiesa, a questo riguardo chiarì che: “Vogliamo altresì considerare che questo cardine centrale della santa Chiesa non vuole costituire supremazia di spirituale orgoglio e di umano dominio, ma primato di servizio, di ministero, di amore. Non è vana retorica quella che al Vicario di Cristo attribuisce il titolo ‘il servo dei servi di Dio’”.
Il santo Papa Giovanni Paolo II, nella enciclica Ut Unum Sint, dal numero 88 al 96, porta il discorso più avanti e chiede aiuto cercando a livello ecumenico di approfondire la questione del ministero dell’unità del vescovo di Roma.
Già di fronte al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra nel 1984, il santo Papa Giovanni Paolo II riconosceva il problema del ministero o primato petrino per il cammino ecumenico delle chiese, come lui già notava nell’enciclica Ut Unum Sint numero 88 che: “la convinzione della Chiesa cattolica di aver conservato, in fedeltà alla tradizione apostolica e alla fede dei Padri, nel ministero del Vescovo di Roma, il segno visibile e il garante dell’unità, costituisce una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da certi ricordi dolorosi. Per quello che ne siamo responsabili, con il mio Predecessore Paolo VI imploro perdono”.

Giovanni Paolo II era dunque aperto allo studio e alla ricerca con le altre comunità ecclesiali per trovare un nuovo o migliore modo di intendere o interpretare il ministero semmai il problema del primato petrino come ministero di unità del vescovo di Roma (Ut Unum Sint, n. 89).

Rilevando l’importanza e la grande responsabilità del ministero petrino, il Papa si sente in dovere di cercare la strada per la comune comprensione del ministero petrino con altre comunità cristiane alla luce dell’unità (Ut Unum Sint, n. 96).

Inoltre, nel suo discorso ai patriarchi delle chiese orientali cattolici, il 29 settembre 1998, il Papa Giovanni Paolo II, dopo aver ricordato alcune parti della sua enciclica Ut Unum Sint, a proposito del suo desiderio di affrontare il delicato tema del “primato petrino”, supplicò che: “Spetta anzitutto a Voi ricercare, insieme con noi, le forme più adatte perché questo ministero possa realizzare un servizio di carità da tutti riconosciuto. Io vi chiedo di prestare questo aiuto al Papa, in nome di quella responsabilità nella ricomposizione della piena comunione con le Chiese ortodosse …, che vi viene dall’essere i Patriarchi di Chiese che con l’Ortodossia condividono tanta parte del patrimonio teologico, liturgico, spirituale e canonico”.

Si vede che gradualmente qualcosa sembra cambiare. Papa Francesco fin dal primo giorno della sua elezione, ha preferito presentarsi semplicemente come “il Vescovo di Roma”. Questo suo atteggiamento o possiamo dire “linguaggio corporale” nel suo stile personale è molto apprezzato dagli altri cristiani che non vedono più nel Vescovo di Roma un simbolo solamente di potere che cerca di sottomettere i suoi sudditi per mero dominio e dunque una minaccia all’unità dei cristiani, ma come un ufficio di servizio per la Chiesa universale.

Papa Francesco parla anche della “conversione del Papato”. Nell’intervista di Andrea Tornielli di Vatican Insider nel 2013, Papa Francesco fece un riferimento al santo Papa Giovanni Paolo II che ha esplicitamente richiesto attenzione sulla modalità più giusta nell’esercitare il primato petrino e la sua apertura alle situazioni nuove a questo riguardo. Papa Francesco sottolineava che questo ripensamento del modo d’esercizio del primato non riguarda solamente il cammino ecumenico, ma anche le relazioni fra la curia romana e le chiese locali. Si ricorda che nei primi nove mesi del suo mandato ha ricevuto la visita dei patriarchi ortodossi: Bartolomeo di Costantinopoli, Hilarion (del patriarcato di Mosca), il teologo Zizioulas (metropolitano di Pergamon della chiesa ortodossa greca), il Papa dei copti Tawadros II. Papa Francesco notava un particolare, che, l’ultimo è un mistico che, entrando nella cappella per pregare, toglieva le sue scarpe. E lui, Papa Francesco, si sentiva loro fratello, e per avere loro anche ricevuto la successione apostolica, li ha ricevuti come fratelli Vescovi. Papa Francesco conclude dicendo: “È doloroso che non riusciamo ancora a celebrare insieme l’eucaristia, ma c’è l’amicizia. Credo che la strada per andare avanti sia l’amicizia, lavorare insieme e pregare insieme per l’unità. Ci benediciamo gli uni gli altri, un fratello benedice l’altro; uno si chiama Pietro, l’altro Andrea, Marco, Thomas”.

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