La Corea dopo l’incontro Trump-Kim

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Riccardo Benotti

“Per rendere realizzabile la prospettiva, occorrerà che nei prossimi mesi e anni entrambi i governi continuino nello sforzo diplomatico e nella realizzazione degli impegni mutualmente presi. Si è fatto solo il primo passo ma il percorso è lungo e incerto, considerando la volatilità dei leader coinvolti”. Non sarà facile il traguardo di una vera pacificazione della penisola coreana secondo Simone Romano, docente all’Universita Roma Tre e senior fellow all’Istituto affari internazionali, che riflette sugli scenari aperti dall’incontro di Singapore tra Donald Trump e Kim Jong-un.

È un incontro che può essere considerato storico o una vetrina per i protagonisti con una serie di impegni sommari?
Da molti è stato definitivo più uno show che un incontro significativo. Sicuramente, considerando i due protagonisti e gli scarsi impegni concreti inclusi nel documento congiunto prodotto da questo vertice, non si può essere completamente in disaccordo con questa visione. Tuttavia, se pensiamo ai livelli di tensione in continua crescita che caratterizzavano le relazioni fra tra i due Paesi fino a poco tempo fa, trovo che questo incontro costituisca comunque un passo distensivo significativo, utile a non alimentare una tensione geopolitica globale troppo spesso fomentata dalla presente amministrazione americana e dalle sue politiche.

Come leggere l’annuncio di Trump di avere sospeso le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud? Eppure il ritiro delle truppe americane dalla penisola non è previsto…
L’incontro di Singapore e la dichiarazione congiunta che ne è seguita, seppur non rivoluzionari, segnano

l’inizio di un percorso che dovrebbe portare alla denuclearizzazione da parte nord-coreana.

A questo dovrebbe però far fronte un impegno degli Usa a offrire sicurezza al Paese di Kim Jong-un. L’annuncio va letto in questa ottica e, tra l’altro, non scontenta troppo la Corea del Sud dato che non è previsto che le truppe americane lascino lo stato governato da Moon Jae-in in tempi brevi e, al tempo stesso, l’annuncio strizza l’occhio alla Cina in un periodo particolarmente delicato per le relazioni sino-americane, segnate da tensioni soprattutto a livello commerciale.

Anche le sanzioni economiche nei confronti della Corea del Nord non saranno ancora rimosse…
Trump sapeva di dover fare qualche concessione per portare a casa il risultato della denuclearizzazione da usare nelle elezioni di midterm. Allo stesso tempo “the Donald” si è sempre definito un uomo che sa fare buoni affari e, in tal senso, può essere letta la tutela ulteriore di impegnarsi a ritirare le sanzioni solo a processo di denuclearizzazione completato.

Trump si è spinto a dire che l’armistizio del 1953 potrebbe diventare presto un trattato di pace. Una prospettiva realizzabile?
Come obiettivo di lungo periodo forse sì ma nel breve non è ipotizzabile.

Il procedimento necessario per la denuclearizzazione della Corea del Nord ha tempi molto lunghi e con esso il conseguente progressivo disimpegno delle truppe americane dalla Corea del Sud.

D’altronde la questione dell’introduzione di nuove armi (contenuta nell’articolo ex 13d dell’armistizio) e la presenza di ingenti truppe americane sul suolo sud-coreano hanno da sempre costituito uno dei motivi per cui all’armistizio non è mai seguito un verso e proprio trattato di pace. Che dopo l’incontro di Singapore se ne torni a parlare, come accennato, è un segnale comunque molto positivo.

Parlando della fiducia in Kim, Trump ha detto: “Capisco quando qualcuno vuole un accordo e quando non lo vuole”. I rapporti politici ormai si giocano sulle sensazioni personali?
In generale la politica degli ultimi 30 anni è diventata molto più personalistica e meno partitica e le relazioni internazionali non fanno eccezione. In questo caso men che meno, con due leader che potremmo definire teatrali e inclini a seguire il proprio giudizio piuttosto che il protocollo.

Al momento entrambi hanno da guadagnare da una distensione dei rapporti, vedremo però se questa condizione perdurerà e con essa gli sforzi diplomatici.

Sul versante dei diritti umani, cosa emerge dal summit? Il regime di Kim Jong-un dovrà cambiare anche da questo punto di vista o è un tema che ormai non rientra più nella contrattazione politica?
In un periodo storico in cui la tutela dei diritti umani sembra sempre più essere un tema tacciato di “benpensantismo” invece che una questione fondamentale sintomo di civiltà e progresso, Trump non fa eccezione. Il presidente americano, come successo in altre delle nazioni più sviluppate, è stato eletto proprio perché presentatosi in chiara discontinuità con il passato e con un programma più attento alla pancia dei suoi elettori. Per questo l’accento viene posto su risultati concreti come la tutela della sicurezza, non di certo su questioni come la tutela dei diritti umani ritenute secondarie.

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