San Benedetto, le disposizioni anticipate di trattamento promuovono una cultura della morte

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel pomeriggio di domenica 20 maggio presso la libreria Iodio di Via XX Settembre si è tenuta la presentazione del volume Testamento biologico e consenso informato di Matteo Mainardi, attivista dell’Associazione Luca Coscioni. Erano presenti, oltre all’autore, Mina Welby, vedova di Piergiorgio, la cui drammatica vicenda fece tanto riflettere fra il 2005 e il 2006, l’assessore regionale Fabio Urbinati e i consiglieri comunali Flavia Mandrelli e Gianni Balloni.

Anche il comune di San Benedetto, seguendo quanto già accade a Grottammare, potrebbe dotarsi di un registro per regolamentare le Dat, ovvero le disposizioni anticipate di trattamento, che hanno valore legale grazie alla legge 219 del 2017.
Se infatti da una parte la legge ha assecondato la volontà di autodeterminazione, cioè che il soggetto possa decidere in piena autonomia quando ne è capace il tipo di trattamento al quale vorrebbe essere sottoposto nel momento in cui non fosse più in grado di scegliere, dall’altra è sempre lecito il sospetto che questa sia una forma di abbandono del malato al suo destino da parte dello Stato. È sempre più diffusa nella società quella che Papa Francesco ha definito “cultura dello scarto”: uomini e donne vengono emarginati perché poveri, malati o comunque non autosufficienti. Sono considerati dei parassiti che gravano sulla spesa pubblica.

Quando si parla di eutanasia spesso si ha l’impressione di trattare di un argomento nuovo, degli ultimi decenni. In realtà la la “filosofia eutanasica” vede i suoi albori alla fine dell’Ottocento in Germania, dove lo psicologo Adolf Jost pubblica il volume Il diritto alla propria morte. Uno studio sociale (1985), nel quale, fra l’altro, afferma: “È lecito uccidere su richiesta, nei seguenti casi: malattia inguaribile e gravi turbe psichiche” oppure “Il valore della vita di un uomo potrebbe divenire non solo pari a zero, bensì anche negativo. In tal caso il valore zero di una morte sarebbe da preferire al valore negativo di quella vita”. Jost introduce il concetto di “qualità della vita”: gli uomini che non hanno una elevata qualità di vita non meritano di sopravvivere.

Sulla stessa linea di pensiero si colloca Ernst Haeckel, biologo tedesco e coniatore della parola “ecologia” che nel suo libro L’enigma della vita (1904) scrive: “Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina”. È impressionante notare come Haeckel si sia interessato al mondo della natura, abbandonando ogni sentimento di umana pietà per i suoi simili.

Nell’attuale dibattito si glissa, soprattutto per ignoranza, sulla genesi storica del concetto di eutanasia e tutto l’interesse è spostato sul tema dell’autodeterminazione. Le implicazioni filosofiche e scientifiche sembrano quasi eclissate dallo slogan “Ognuno deve fare quello che vuole”, ma così la riflessione risulta drammaticamente impoverita. Avere invece una profondità storica sulla questione favorisce la comprensione dell’origine di certi pensieri e della complessità del problema, anche da un punto di vista intellettuale. Non si è aiutati in questa ricerca se non da alcuni libri specializzati, poiché sia nelle istituzioni culturali come scuole e università, sia sui mass media, questo approccio è totalmente ignorato.

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae ha affermato che siamo davanti a una realtà “che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall’imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera «cultura di morte». Essa è attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica della società”.

Inoltre, il Santo Papa, con coraggiosa e profetica chiarezza, affermava che “guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di «congiura contro la vita». Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati”.

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